extra20 – Team ’67: i “baronetti” di Corneto di Anna Alfieri

Tra le firme che hanno accompagnato l’esperienza cartacea de L’Extra, quella di Anna Alfieri ha saputo raccontare il passato della città con uno sguardo capace di unire ricerca e narrazione.
I suoi testi, tra archivio e memoria condivisa, restituiscono episodi e atmosfere che vanno oltre la cronaca, mantenendo una leggerezza riconoscibile.
Riprendiamo oggi uno di quei contributi, quello pubblicato nel primo numero del giornale, uscito esattamente venti anni fa, il 25 aprile 2006.

di Anna Alfieri

C’era una volta a Roma, in un luogo chiamato Piper, una ragazza con gli stivali alti, bianchi e lucidi. Aveva i capelli biondi, la pelle di porcellana e le ciglia lunghe, come fosse una bambola. Con la sua voce arrogante e diversa da tutte quelle sentite fino ad allora irritava le vecchie signore, ma ammalava i ragazzi. Si chiamava Nicoletta Strambelli, anzi Guy Magenta. O, meglio, Patty Pravo.

C’era, in quel tempo e in quel luogo, anche un giovanotto con gli occhi forse viola o forse verdi, splendenti “come fari abbaglianti nella notte” che si chiamava Mal, il quale, non avendo cognome, era universalmente conosciuto come Mal dei Primitives, per via degli amici con i quali faceva musica di successo.

C’erano, poi, i Rokes – capelli a caschetto e camicie di pizzo – il cui leader era Shel Shapiro, un giovane uomo lungo e misterioso. Mal e i Rokes erano inglesi e questo li rendeva speciali perché, in quei favolosi anni ’60, all’origine di ogni emozione c’erano l’Inghilterra, Liverpool, Londra, la regina a cavallo con le sue guardie in divisa smagliante, la mitica Carnaby Street, dove tutto poteva accadere a chi sapeva sognare.

Via Tagliamento, al cui n° 19 si apriva il Piper, ne era la succursale romana e la cassa di risonanza. Lì passavano, uno dietro l’altro, tutti i più importanti complessi del tempo, da quelli stranieri come i Procol Harum e i Pink Floyd, ai complessi nostrani come i New Dada e i New Trolls e quelli ancora più nostrani come i Rokketti, che venivano da Montalto di Castro. Lì trascorreva il suo tempo anche Giuliano Ferrara, biondo adolescente che già covava fermenti pre-sessantottini.

Il Piper era “The Place”, “il luogo” nel quale i giovani si sentivano, finalmente, una specifica e autonoma categoria culturale ed estetica.

A Tarquinia, “il luogo” si trovava in Via Mazzini e si chiamava Golden Club, dove si entrava abbigliati alla Swinging London: i ragazzi con camicie strette a fiori e capelli lunghi, e le ragazze con minigonne alla Mary Quant o con il classico kilt a piegoni scelto dalla mamma, ma con l’orlo accorciato di nascosto. Lì si ballava lo strake, il surf, lo slop, il prog, il bird, il dog, il monkey e soprattutto lo shake. Il Club aveva perfino un prolungamento ideologico al Piazzale, il King Bar, dove tutti continuavano ad incontrarsi per parlare ancora di musica e per coltivare qualche piccolo, o grande, amore nascente.

L’icona dei Goldenini tarquiniesi era il Team ’67, un complesso musicale autoctono, formato all’inizio da sei illuminati ragazzi di buona famiglia, provvisti di chitarre Fender e Gibson, di un organo Leslie, di una batteria Roger, di amplificatori Vox, di un impianto vocale Semprini e di un sax tenore. Avevano ovviamente nomi, cognomi ed alcune caratteristiche personali. Perciò a Piero Nussio e a Bruno Spada, redattori insieme a Gianni Amantini e Franco Tripperanera della pagina giovanile del Carroccio, si presentarono così:

  1. Sergio Di Carlo, detto Führer o Lord Brummel, altezza 1,83, chitarra solista, fan dei Rokes, bevitore di Coca Cola con l’hobby della pesca subacquea.
  2. Sergio Giannoni, 1,80, detto Vampiro, chitarra ritmica, fan di Johan Sebastian Bach, bevitore di latte.
  3. Riccardo Cecchelin, 1,80, detto il Conte, chitarra basso, fan dei Beach Boys, bevitore di birra bionda come lui.
  4. Gianni Massi, 1,79, chiamato Libeccio, batteria. Odiava Celentano.
  5. Giuliano Medici, detto Satchmo, suonava il sax tenore e amava il Jazz. Beveva whisky.
  6. Ettore Palma, detto Teclo, vocalist.

Fu questa la formazione comunicata ufficialmente alla stampa locale il 17 febbraio del 1967. Più tardi, alcuni dei componenti lasciarono il gruppo. Altri se ne aggiunsero. Di tutti parleremo in una seconda puntata.

Già nelle prime foto ufficiali, scattate tra i ruderi della Civita, i ragazzi del complesso assunsero con consapevolezza il loro inimitabile atteggiamento distaccato e un po’ scostante da baronetti alla Beatles, che allora era molto di moda. Ciò li fece immediatamente assomigliare a quei loro coetanei inglesi molto attenti agli abiti, al taglio perfetto dei capelli a caschetto ed alla musica selezionata che, appartenenti alla sofisticata modern youth, venivano chiamati Mods e che, solo per questo, si scontravano quasi quotidianamente, a colpi di catene, nei parchi di Londra e nelle spiagge di Brighton e di Margate con i loro storici antagonisti Rockers che erano, invece, di estrazione più popolare, duri di aspetto, di gusti musicali e di stile motociclistico, riconoscibili per il caratteristico giubbotto “chiodo” di pelle nera borchiata.

Come autentici Mods, i nostri ragazzi del Team indossavano pantaloni neri di linea sobria e giacche di lamé color argento con polsini alti e colletto di rigido velluto rosso cremisi, sotto il quale spuntava il ricco jabot della camicia di seta. Il tutto appositamente confezionato a Tarquinia in Via XX Settembre dal sarto Cecchini, scelto e controllato da un’elegante signora di gusti squisiti, non a caso la mamma di quello che, tra tutti i componenti del complesso, veniva chiamato Lord Brummel.

L’avventura beat dei ragazzi cornetani iniziò nel febbraio del ’67 quando il Team, reinterpretando a suo modo Lady Jane dei Rolling Stones, conquistò il Trofeo Davoli, al quale seguì la vittoria del Festival dei Due Mari e quella del Premio Parioli, da condividere con Giulietta Masina.

Fu così che, come per incanto, per loro si aprirono le porte magiche del mitico Piper, dove si esibirono insieme a Wess and Airdales e a Rocky Roberts appena giunto a Roma sull’onda del Rhythm and Blues di Wilson Pickett e Aretha Franklin. E di Otis Redding, che i Team amarono sempre in modo speciale e che affettuosamente chiamavano il “pòro Otis” perché era morto in un incidente aereo insieme a tutti i componenti del suo complesso.

Per quanto difficile da immaginare, a quel tempo Rocky Roberts non indossava abiti lucidi e scintillanti, ma un saio francescano che lo rendeva più nero di quanto già fosse. Perciò colui che in quell’occasione destò lo stupore generale, brillando anche al buio di luce propria, fu un indaffarato e sconosciuto tecnico del suono, che indossava una spettacolare giacca militare ottocentesca nera ed arancione con spalline e bottoni d’oro, accompagnata da pantaloni con bande laterali altrettanto dorate. Quel giovanissimo tecnico, fedele compagno d’avventura del Team nonché suo ufficio stampa era Piero Nussio, allora fascinoso come solo Erich Von Stroheim sapeva essere quando indossava la divisa.

I ragazzi del Team condivisero il loro percorso musicale con tanti personaggi dello spettacolo, alcuni dei quali sono ancora famosi. Per un po’ furono anche compagni di viaggio di una strana, inquieta e indimenticabile ragazza bruna dalla voce bellissima, una voce personale, speciale, da solista, che però non si adattava ai coretti dei complessi beat e perciò metteva tutti un po’ a disagio.

Quella ragazza si faceva ancora chiamare con il suo vero nome: Mimì Bertè. In realtà era Mia Martini. Però, questa è una storia che, insieme ad altre, racconteremo la prossima volta.

Questo contenuto fa parte del percorso Extra20 di lextra.news

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