Riceviamo dal PCI di Viterbo e pubblichiamo
Oggi nei palazzi del potere c’è un disinteresse generale verso la stragrande maggioranza dei cittadini i quali, purtroppo, scelgono il silenzio delle urne.
Per chi si riconosce nei valori e nelle battaglie della sinistra, la sfida è chiara: l’astensionismo si combatte restituendo il potere decisionale ai lavoratori e alle comunità locali. C’è un fantasma che si aggira per le tornate elettorali del nostro Paese, ed è il partito della rassegnazione. Sempre più cittadini, logorati da promesse mai mantenute e da un costo della vita insostenibile, decidono di non recarsi alle urne. Non si tratta di semplice apatia, ma di un rifiuto cosciente verso una politica istituzionale – che si trovi sulle poltrone del governo o tra i banchi dell’opposizione – che ha da tempo smesso di rispondere ai bisogni reali del popolo, riducendosi a mera gestione dell’esistente e degli interessi privati.
Di fronte a questo scenario, gli elettori e i militanti di sinistra lanciano una sfida culturale e organizzativa radicale: per riportare le persone al voto, non servono slogan elettorali dell’ultima ora, ma una nuova forma di democrazia diretta e coinvolgimento reale. Bisogna scardinare l’idea che il cittadino sia solo uno spettatore passivo, un “voto da raccogliere” ogni cinque anni, per trasformarlo nel protagonista delle scelte che riguardano la propria vita e il proprio territorio.
La ricetta di una sinistra legata ai territori parte da un metodo chiaro: le Assemblee Popolari Deliberative. Non più comizi calati dall’alto, ma piazze e quartieri che tornano a essere luoghi di discussione pubblica. L’obiettivo è convocare i cittadini su temi materiali urgenti: la difesa della sanità pubblica e degli ospedali locali, la tutela del lavoro contro il precariato, la gestione dei beni comuni e il rifiuto di ogni privatizzazione dei servizi municipali.
Da queste assemblee deve nascere il “Quaderno dei Bisogni Pubblici”: una mappatura reale delle urgenze del territorio, scritta direttamente da chi quel territorio lo vive, lo lavora e lo subisce. Sarà compito delle forze di sinistra legate al territorio prendere quelle istanze e trasformarle in mozioni, delibere di iniziativa popolare e battaglie istituzionali, costringendo le amministrazioni a fare i conti con la realtà.
Ma la democrazia diretta non è solo parola; è soprattutto pratica. Contro l’isolamento sociale, la sinistra propone di riattivare i legami di solidarietà e mutualismo attraverso laboratori di autogestione. Recuperare aree urbane abbandonate o dismesse per restituirle all’uso sociale e culturale della collettività, sottrarle alla speculazione edilizia, creare spazi di aggregazione e scuole di formazione politica permanente per i giovani e i lavoratori. Capire i meccanismi economici che generano le disuguaglianze è il primo passo per combatterle. Quando i cittadini vedono che l’organizzazione collettiva produce risultati immediati e migliora la vita del quartiere, la rassegnazione si trasforma in volontà di riscatto.
Il ritorno alle urne, in quest’ottica, non è un atto di fede verso il meno peggio, ma il terminale istituzionale di una lotta sociale già vissuta in prima persona. Sostenere una reale alternativa di sinistra significa dareforza e rappresentanza giuridica a quelle battaglie quotidiane che si combattono nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole e nelle strade, contro l’indifferenza di chi sta nei palazzi.
È tempo di dimostrare che un’alternativa di classe e di progresso esiste ed è praticabile. Per cambiare la politica, dobbiamo riprenderci lo spazio che ci spetta, un’assemblea alla volta.
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