Alberto Angela: “Il Louvre dovrebbe restituire le opere razziate all’Italia”. Nasce un dibattito social: ma non ce l’ha con la Gioconda

Stanno facendo discutere, soprattutto sui social, le dichiarazioni rilasciate da Alberto Angela in una lunga intervista al Fatto Quotidiano: in un passaggio, infatti, il noto divulgatore scientifico televisivo racconta il suo fastidio nel vedere al Louvre, le opere sottratte – per sua definizione, secondo quanto riportato dal Fatto, “razziate” – da Napoleone in Italia.

Il Fatto non risparmia un titolo di certo d’impatto, riportando una dichiarazione forte di Angela: “Il Louvre dovrebbe restituire le opere depredate”. L’articolo, tra l’altro, non è leggibile on line se non abbonandosi, il che ha di certo alimentato le interpretazioni su quanto detto dal noto personaggio televisivo e acceso, sui social, un dibattito in parte fuorviato da interpretazioni avventurose delle sue parole.

Angela, infatti, fissa alla Rivoluzione francese il periodo oltre il quale, a suo avviso, il bottino di una campagna di conquista diventa crimine: da quel momento in poi, chiarisce, non è più accettabile che una nazione venga razziata delle proprie opere. Si può, naturalmente, essere più o meno d’accordo, ma certo alcuni dei dibattiti on line possono quietarsi, soprattutto quelli che hanno immediatamente messo al centro della discussione la più celebre opera di un artista italiano in Francia: la Gioconda.

Contrariamente a quanto alcuni pensino e ad alcune leggende popolari, Monna Lisa vive in Francia da ben prima di Bonaparte, ed a portarcela è stato il suo stesso creatore, Leonardo Da Vinci, quando si trasferì in Francia. Un testo ufficiale, datato 1517 ed a firma del canonico Antonio de Beatis, segretario del cardinale Luigi d’Aragona, annota in quella data, nel suo diario, l’incontro tra Leonardo da Vinci e Luigi d’Aragona. Si discute, invece, se sia stato lo stesso genio di Vinci a cederla al Re o se a mediare la vendita sia stato Gian Giacomo Caprotti, detto il Salai, allievo di Leonardo, dopo la morte del Maestro.

Non è difficile, però, capire da dove nascano le voci di una razzia napoleonica: oltre al fatto che nella Campagna d’Italia – come ricordato da Angela – non sono poche le opere trasferite in Francia, a alimentare la leggenda c’è sia il fatto che, al tempo, il Louvre si chiamava Musée Napoléon, sia l’amore che Bonaparte dimostrasse per l’opera: tanto che, secondo alcuni, la aveva sistemata nella camera della moglie Giuseppina.

Insomma, Alberto Angela non si schiera al fianco di Vittorio Sgarbi, che un paio d’anni fa aveva lanciato una campagna per riportare in Italia il sorriso più celebre e misterioso dell’arte mondiale. Ma di certo le sue dichiarazioni apriranno un dibattito.