Decameron 2.0 – Dai diamanti non nasce niente

(s.t.) Nasce in un periodo orrendo, di preoccupazione, dolore e isolamento, ma vorremmo, vogliamo, che possa presto proseguire in un clima nuovo, sereno, diverso: lextra.news inizia oggi a pubblicare – senza alcun impegno di cadenza e con la più totale libertà di spontaneità – dei racconti a firma di Matteo Edoardo Paoloni. Non è detto che la rubrica non si allarghi ad altri autori – la libera spontaneità, ricordate? – ma intanto speriamo di accompagnarvi per qualche minuto in queste giornate difficili. A corredo, un’illustrazione di Laura Floris, illustratrice e digital artist che ringrazio e della quale vi consiglio di visitare il profilo Instagram.

Dai diamanti non nasce niente

di Matteo Edoardo Paoloni

1. Con Giuditta non si scherza. Una stronza cinica, patologica, avvelenata, che alla prima salta su e ti si attacca alla giugulare. Ma quando Giuditta ha i suoi momenti di dolcezza, Dio mio, quando ti guarda con quegli occhioni verdi e ti sorride con quella dentatura ingiallita, allora l’habitat cupo e monotono dell’S.P.D.C. si colora di lei e diventa un posto fichissimo; il reparto intero viene invaso dalla sua luce. I suoi momenti di dolcezza, però, di norma durano poco. Per questo sono preziosi. Durante il TSO Giuditta si è ribellata, dicono. Deve aver lottato come una leonessa, e questo spiegherebbe i lividi viola ancora in mostra sui suoi fragili polsi da bambina. Riesco a immaginarla, sapete, se m’impegno un po’ riesco pure a sentire le sue grida. La sua voce è capace di arrivare molto in alto, a livelli che feriscono il timpano. Questo lo so perché l’ho sentita urlare, una volta. È stato pazzesco. Si stava ammazzando. Ecco perché sono arrivati tutti di corsa e l’hanno portata via seminando il caos. Una scena brutale! Ma chi cazzo sono, loro, per decidere sulla vita delle persone? Quando l’ho rivista, la mattina dopo in cortile, tutta palliduccia e striminzita, senza che me lo aspettassi mi ha sorriso. Il suo primo momento di dolcezza. Quasi mi prende un colpo. A Giuditta piace ascoltare la musica con le cuffie. Te la ritrovi seduta sul letto che scuote la testa al ritmo di qualcosa, con le ginocchia tra le braccia e gli occhi lucidi che guardano il nulla. “Ehi, che stai ascoltando?” gli domandi, e lei, dal suo mondo lontano, ti dice gelidamente di farti i cazzi tuoi. Ma poi ti fa cenno di avvicinarti e ti mostra sul cellulare la schermata di Spotify con la playlist, e uno si spiega tutto. Le persone che vogliono uccidersi, credete a me che sono un esperto, hanno sempre dei gusti musicali fantastici. Nella sua playlist infatti ci ho trovato i Pixies, i Sonic Youth, i Velvet Underground, i Joy Division, i Cccp, i Bologna Violenta e sorprendentemente Krano, che canta in veneto e non si capisce un accidente però riesce a fare del Piave una specie di spazio mistico e misterioso. Insomma le persone con impulsi suicidi sanno ascoltare musica, così come sanno ascoltare le vibrazioni oscure della vita. L’altro giorno abbiamo condiviso le cuffie. Un momento fantastico. Abbiamo ascoltato in loop per un’ora di seguito la stessa canzone: Beautiful my monster degli Husky Rescue. All’inizio l’ascoltavamo e basta, seduti su una panchina in cortile. Poi ci siamo alzati e abbiamo iniziato a cantarla e a muoverci lentamente, in una specie di danza primordiale.

Now I’m sleeping
Now you’re waking
Now I’m sleeping
It’s so beautiful
My monster

Now you’re waking
Now you’re sleeping
Now you’re waking
It’so beautiful
My monster

Finché all’improvviso Giuditta ha interrotto tutto e mi ha strappato via l’auricolare dall’orecchio. L’ho guardata, piangeva e fissava il nulla. “Il mio mostro non è bello per un cazzo, Giovanni! Fa schifo!” ha mormorato. Poi se ne è ritornata in camera, in fondo a quel cesso di corridoio dell’S.P.D.C.. Allora sono rimasto in cortile ancora un po’, stordito. L’avevo preso lo Zyprexa? Giuditta esisteva, o, di nuovo, era tutto nella mia mente? In quel momento, dunque, c’è stato un movimento nel reparto, un’agitazione improvvisa. Ho visto un gruppo di infermieri correre nel corridoio verso la stanza di Giuditta. Ci aveva riprovato. Eppure il giorno dopo, in cortile, mi ha sorriso di nuovo. Era strapallida e straminuta, e aveva delle occhiaie spaventose. “Giovanni,” mi ha detto, “prima o poi ci riusciremo. Non ti preoccupare.” Poi si è rimessa le cuffie. Giuditta. Oh mio Dio! Ma certo! Prima o poi…

  2. Carlo e Nicola si sono conosciuti in un festino di chemsex a Colle Oppio e da quella notte sono inseparabili. È buffo, perché prima di beccarsi al party baccanale spesso su Grindr si ritrovavano nella griglia dei profili geolocalizzati la foto l’uno dell’altro, ma puntualmente la scartavano. Non se lo sono mai detto per vergogna. Sulla carta non c’è nulla che riesca a spiegare la formidabile compattezza della loro unione. A Carlo infatti sono sempre piaciuti i macho rudi, dominanti, palestrati e con la barba, mentre a Nicola, che è un biondino longilineo e imberbe, sono sempre piaciute, almeno sulla carta, le donne. Su Grindr ci stava solo per scherzo, mosso da un bizzarro impulso al quale non aveva mai ceduto fino al primo (e unico) party di Colle Oppio dove ha conosciuto, appunto, Carlo. Nessuno dei due riesce a ricordarsi il nome del ragazzo che li ha scelti e invitati, insieme a molti altri, sulla famosa app di incontri, insomma il nome del loro cupido. Si ricordano però il nickname: Verlaine84. Curioso, per quel genere d’ambiente. Spesso ci scherzano su. Un poeta maledetto ha sigillato il loro amore. Hanno dunque fatto delle ricerche e trovato la seguente poesia:

Noi saremo

Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,
talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?

Andremo allegri e lenti sulla strada modesta
che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’amore isolati come in un bosco nero
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,
saranno due usignoli che cantan nella sera.

Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,
non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l’anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?

Per entrambi il verso preferito è quello in cui sorrideranno a tutti senza paura. Carlo e Nicola si attraggono, si vogliono bene, si stimolano. I loro corpi giocano al Tetris (Carlo è soprattutto passivo e Nicola si è adattato senza complicazioni al ruolo di attivo) senza mai giungere apparentemente al game over. Stanno addirittura cercando insieme una casa in affitto, ma i prezzi su Idealista per un bilocale in una zona decente sono troppo alti. Non fa niente, comunque, sentono di avere tempo, dato che il tempo per loro si è dilatato come le pupille e lo sfintere con il Popper. E poi per il momento va bene così, si dicono: doveva essere un festino di chemsex e invece – Noi ci preoccuperemo di quello che il destino per noi ha stabilito – bè, era proprio amore…

  3. Quando il prete si palesa in convento viene come nostro padre-confessore. Una volta al mese dobbiamo confessarci. Siamo peccatrici anche noi. Abbiamo carne e sangue nelle vene. Da un paio di mesi a questa parte ne viene uno nuovo, un giovanotto appena uscito dal seminario: Don Riccardo. Si accomoda nella stanza del confessionale e una a una noi sorelle andiamo sfilando per la purificazione delle carni e dello spirito. Don Riccardo ci ascolta, ci consiglia e ci consola, poi ci imparte la giusta dose di Ave Maria e avanti un’altra. Mi domando quante storie di tentazione, manie, perversioni passano per le orecchie di un prete. A volte, quando mi lascio sedurre dal vuoto piacere del pettegolezzo, addirittura mi dispiace che noi suore non possiamo confessare. Ma il patriarcato non lo permette, e noi serviamo il patriarcato. Dio è uomo, su questo non vi è dubbio. Don Riccardo è molto giovane, secondo me non arriva ai 25 anni. Indossa scarpe da ginnastica dell’Adidas. E sulle guance ha una leggera peluria bionda che si vede solo in controluce. La sua pelle è chiara, arrossata. E la sua voce, così impostata, così modulata, contrasta con il suo aspetto fisico fanciullesco: è profonda e calma, da uomo. La madre superiora è sempre la prima a confessarsi. È una donna molto anziana, con un volto triste e rugoso. Quando esce dal confessionale cerca di sorriderci ma si capisce che non sopporta di dover dire i fatti suoi a un moccioso. Mentre io, bè, ci entro volentieri a dire le mie cose a Don Riccardo. Meglio lui che un vecchiaccio reazionario rimasto ai tempi dell’Inquisizione, questo è poco ma sicuro. Perché, vedete, la gente crede che noi suore siamo tipe ingenue, all’antica, bigotte, ma non è affatto così. O meglio, non sempre. Siamo state ragazze anche noi. Io nel 2005 ho fatto un viaggio a Ibiza e mi fumavo le canne. La mistica delle droghe sintetiche non ha mai fatto per me. Anche se su quell’isola ne giravano, eccome se ne giravano. Ho ballato tutta la notte al Privilege, all’Amnesia, al Pacha. Che c’è? Vi stupisce? Ero una ragazza piena di energia. Lo sono ancora, se è per questo. Nel 2006 sono andata al Primavera Sound, a Barcellona. Altro genere di festa, altro stile. Il concerto degli Yeah Yeah Yeahs è stato memorabile. Ero cosi fumata che il mio ragazzo di allora, Ettore, ha dovuto portarmi in braccio fino all’ostello. Era così caro, Ettore. Così gentile. Magari un po’ maschilista. Magari un po’ impulsivo. Che fine avrà fatto? mi domando spesso, nei lunghi silenzi meditativi del convento. Don Riccardo me lo ricorda un po’, sapete, alla lontana. Deve essere quel suo faccione da ragazzo timido e intelligente. Quel suo modo di muovere le mani nel vuoto, come se stesse scacciando costantemente una zanzara invisibile. Che? Cosa c’è di strano? Facevo sesso, sì. La chiamata è arrivata dopo, nel 2010. Il viaggio in Congo ha cambiato tutto. Vedere quei bambini col pancione, tormentati dalle mosche e dalla fame, con le labbra screpolate per la disidratazione eppure sempre sorridenti. Mi ha fatto pensare. Come dicevo Dio è uomo, e come tutti gli uomini potenti ti si mette dappertutto e non c’è nulla che tu possa fare. Resistergli? Resistere al patriarcato? Lasciamo questo compito penoso alle Pussy Riot. Noi siamo qui per servire. Abbiamo una missione, aiutare il prossimo con le preghiere. Sennò chi ci pensa a quei poveri bambini? Tuttavia ci sono delle cose del mio passato che mi mancano, negarlo sarebbe ipocrita. Non sono sicura, a ogni modo, se la nostalgia possa considerarsi peccato. Probabilmente sì, ma un peccato minore. L’ideale, comunque, sarebbe vivere nel qui e ora, hic et nunc, come nel mindfulness. La preghiera, come la meditazione, aiuta. Con Don Riccardo ci siamo capiti subito, fin dal primo incontro, e tra noi si è instaurata una forte connessione. In fondo io sono la più giovane, in convento. E questo, ossia l’empatia generazionale, vogliate o no in un ambiente non proprio giovanile come il nostro avvicina. È inevitabile. Durante la prima confessione ci siamo messi a parlare. “Don Riccardo,” gli ho detto, e lui mi ha subito corretto. “Caterina, chiamami Riccardo, per favore. Sono ancora un adolescente.” Mi sono messa a ridere e gli ho detto: “Ok, Riccardo.” Poi siamo rimasti nel confessionale non so quanto, a ridere e a scherzare come se fossimo due amici che non si vedevano da tempo. Dio è uomo, è vero, ma Don Riccardo è solo un ragazzo. Gli ho raccontato del mio passato e lui, a grandi linee, mi ha raccontato il suo, che per ovvie ragioni non sto qui a svelare. “Secondo te la nostalgia è peccato?” gli ho chiesto poco prima dell’assoluzione. “Bè, non saprei,” ha fatto lui pensativo, “cosa ti manca di più?” Prima di rispondere ci ho riflettuto. In principio non volevo dirglielo, lo ammetto, ma poi mi sono ricordata che l’omertà, nel confessionale, equivale alla bugia. “Mi manca fumarmi una canna, Riccardo. Ecco, l’ho detto,” e sono rimasta in ascolto. “Oh,” ha fatto lui con un sorriso impacciato, “tutto qua?” “Bè, sì, tutto qua,” gli ho confermato, e subito dopo Don Riccardo mi ha detto di non preoccuparmi e mi ha imposto 5 Ave Maria. Hic et nunc. La preghiera, a parte ovviamente il diretto contatto con l’energia divina, è solo un’altra forma di praticare il mindfulness. Di concentrarsi sul presente. Quando sono uscita dal confessionale le mie compagne suore mi hanno lanciato un sacco di occhiatacce. Probabilmente avevano ascoltato le risate mie e di Don Riccardo. Ma una cosa è certa: anche se sulla nostalgia ci sono dei dubbi, sulla risata no. Ridere non è peccato. Con Don Riccardo poi ci siamo rivisti il mese successivo, e nel nostro secondo incontro, appena sono entrata in confessionale, il mio giovane amico prete mi ha spiazzato portandosi l’indice al naso e facendomi segno di rimanere in silenzio. “Shhh! Ho una sorpresa per te, Caterina,” ha sussurrato pianissimo, praticamente mimando le parole con la bocca. Poi da sotto la cintola ha tirato fuori un piccolo sacchetto di carta, che ha riempito il confessionale di un odore familiare, di rosmarino e felicità. “Don Riccardo,” ho detto io. “Solo Riccardo, per favore,” mi ha corretto lui. “Ok, Riccardo,” ho ripreso io, “non so proprio cosa dire.” “Non c’è niente da dire, Caterina. È solo una medicina per la nostalgia.” Poi mi ha confessato come di dovere e alla fine, dopo avermi strizzato l’occhio, mi ha imposto 5 Ave Maria.

  4. Vittorio Cerbini detto “Zinedine” è ergastolano dal 2006. Il 9 di luglio di quell’anno, proprio durante i calci di rigore di Italia Francia, Vittorio ha ucciso con un coltello da cucina 3 persone, per poi accanirsi sui loro corpi inermi fino a provocarne orrende mutilazioni e, in un caso, addirittura la fuoriuscita parziale delle interiora. Le 3 vittime in questione erano sua moglie, sua figlia di 12 anni e sua suocera. Così, mentre la gente scendeva in strada per festeggiare la vittoria del mondiale, lui saliva all’ultimo piano della palazzina e si gettava nel vuoto. Di quella grottesca vicenda, però, adesso Vittorio dice di non ricordarsi nulla. Dice che la mente umana è misteriosa. E non ha ragione, Vittorio? La mente umana è un po’ come un oceano, in superficie ci sono le imbarcazioni, che si destreggiano con logica seguendo le rotte che considerano più sicure, ma nelle profondità? Ci sono i mostri e l’ignoto. Per questo Vittorio, che quando è entrato in prigione aveva soltanto la terza media, ha deciso di mettersi a studiare. Per tentare anche solo un po’ di capire. Così si è preso prima il diploma in scienze sociali, e poi, non contento, ha iniziato a prepararsi per la laurea in psicologia. Adesso alterna l’esercizio fisico allo studio. La sua cella è il suo tempio. Prima di dormire, quando le luci si spengono e un falso silenzio claustrofobico si adagia sul modulo, Vittorio cerca di scacciare i brutti pensieri ripetendo a mente gli appunti per il prossimo esame. Ha una buona media, tutto sommato, per uno che la prima volta che ha letto un libro intero in vita sua aveva da poco compiuto 47 anni. Inoltre le guardie ormai lo lasciano stare. “Zinedine,” gli dicono per scherzo, “vorrai mica diventarci un avvocato?” Non come all’inizio, che lo pestavano un giorno sì e un altro pure. Perché ok, va benissimo ammazzare la suocera e la moglie, ma tua figlia, cazzo, una bambina. Il carcere ha il proprio codice d’onore, e tanto i detenuti quanto gli sbirri sono tenuti a rispettarlo. Ecco fatto, quindi, che le bastonate gli son piovute addosso da ogni fronte. Se lo meritava? Era troppo poco? Lascio le risposte al senso di giustizia di ognuno. Ad alleggerirgli quel supplizio, in ogni caso, è stato proprio lo studio. Sì, perché la cultura, ci crediate o meno, in carcere è rispettata, e perciò, a vederlo sempre con un libro in mano, le botte poco a poco son diminuite. Ma la violenza in galera è come il fuoco di Sant’Antonio, un’infezione sempre latente, che non si sa mai quando decide di sfogare. Fresca infatti è la notizia di un ragazzo di 25 anni che si è tolto la vita in cella tagliandosi le vene con una lametta. Vittorio lo conosceva bene, era un giovanotto del suo modulo condannato per una serie di rapine a mano armata. Alcuni detenuti l’avevano preso di mira. Lui non ha retto. Non studiava. A Vittorio dispiace molto. A volte la vita di certe persone è come un ergastolo ostativo, un “fine pena mai” dal quale ci si libera solo con la morte. Era così anche per sua moglie e sua figlia? Con il suo gesto atroce, voleva solo liberarle dalla loro condanna? Vittorio continua a sostenere che non se lo ricorda, e per questo studia dalla mattina alla sera la psicologia. Ah, che peccato, si dice in continuazione con la vergogna che gli mangia il fegato, non aver studiato prima. Ma ciò che è fatto è fatto, e adesso non rimane altro che sopportare il peso della coscienza. Sua figlia si chiamava Chiara, questo sì se lo ricorda. Ha deciso di dedicargli la tesi.  

5. Una volta Zhuang Zhou sognò di essere una farfalla. Era una farfalla che volteggiava liberamente, appagata dalla propria condizione. Non sapeva di essere Zhou. All’improvviso si svegliò e si accorse di essere Zhou, con la sua forma. Non poteva dire se Zhou avesse sognato di essere una farfalla, o se una farfalla stesse sognando di essere Zhou. (Il sogno della farfalla, Zuangzi, cap. II)