Riceviamo dalla segreteria Provinciale UDC di Viterbo e pubblichiamo
Nel Paese dove le idee cambiano più in fretta delle conferenze stampa, il referendum sulla giustizia è diventato l’ennesimo campo di battaglia a colpi di slogan.
Si grida al “pericolo democratico” quando si parla di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, come se distinguere chi accusa da chi giudica fosse un attentato alla Costituzione. Eppure, in passato, quella stessa proposta veniva presentata come garanzia di equilibrio, imparzialità e terzietà del giudice. Oggi invece è diventata improvvisamente un tabù.
Il punto è semplice: il referendum interviene su nodi concreti del sistema giustizia.
– La separazione delle carriere, per evitare che chi accusa e chi giudica appartengano allo stesso percorso professionale.
– Un diverso assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, per ridurre correnti e logiche spartitorie.
– Maggiore chiarezza nella valutazione dei magistrati.
Non si parla di nostalgie, ma di regole. Non si parla di ideologie, ma di equilibrio tra poteri dello Stato.
E qui sta la satira della situazione: chi per anni ha governato – tra maggioranze politiche e governi tecnici – oggi scopre che riformare è pericoloso. Ma se era pericoloso, perché ieri era giusto? E se ieri era giusto, perché non farlo quando si aveva il potere di farlo?
La verità è che in Italia le riforme della giustizia sono sempre urgentissime… finché restano nei programmi elettorali. Poi diventano improvvisamente complesse, delicate, divisive. Traduzione: meglio rimandare.
Proprio per questo l’UDC provinciale di Viterbo invita i cittadini ad andare a votare al referendum e a votare SÌ. Perché la giustizia deve essere davvero terza e imparziale. Perché le correnti non possono pesare più del merito. Perché le riforme si fanno con il voto, non con gli hashtag. E perché, almeno stavolta, a decidere non sarà la memoria corta della politica, ma la volontà chiara dei cittadini.
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