

Dalla “periferia” si vede meglio il centro: “Note dalla periferia dell’Impero” è il taccuino con cui Luigi De Pascalis osserva il nostro tempo. Brevi riflessioni, erudite e divulgative insieme, che usano il passato come bussola per orientarsi nel rumore del presente.
La teoria (shareholder value) secondo la quale compito di un’impresa non sarebbe più di produrre beni e servizi, ma valore per gli azionisti, cioè profitti, sancisce l’alleanza tra capitale finanziario e management. Tale concezione riguarda soprattutto il settore industriale e le ha stimolate ad operare con un’ottica di breve periodo.
Il prevalere della visione di redistribuzione del reddito a favore del capitale ha portato a profitti molto elevati e la tendenza, anche per motivi fiscali, a usare gli utili per autofinanziamento ha portato alla saturazione delle possibilità di investimento che le imprese avevano nelle realtà in cui operavano.
É emersa così la tendenza ad entrare in nuovi campi o in nuovi mercati. Ciò ha comportato un mutamento dell’impresa da entità per la produzione di beni e servizi (la cui crescita dipendeva dall’innovazione), ad entità che per crescere più velocemente devono entrare in nuove attività e in nuovi mercati, grazie all’uso della leva finanziaria (si pensi alla FIAT oggi di Elkan).
Di qui l’alleanza con le banche di investimento.
Ma con l’affermarsi del nuovo, più rischioso e più remunerativo modello di business è invalsa la tendenza a scaricare parte dei rischi sulle famiglie, vendendo loro titoli e derivati sia direttamente che tramite quote di fondi di investimento contenenti vari tipi di rischi.
Nello svolgimento di questa funzione i diversi soggetti finanziari entrano in conflitto tra loro dando vita a pulsioni speculative amplificate dal fatto che la gestione del risparmio è affidata ad operatori i cui guadagni sono alimentati da incentivi collegati alle rispettive performance.
Ma così gli azzardi morali sono divenuti routine.
Dal canto loro – nonostante l’instabilità derivata dalla formazione e l’esplosione di bolle speculative che hanno messo a repentaglio l’intero sistema economico – le banche centrali si sono rifiutate di farsi carico del controllo dell’economia mondiale. E si sono anche rifiutate di riconoscere la correlazione esistente tra l’eccessivo indebitamento privato e la formazione di bolle speculative.
Ora c’è da chiedersi che senso abbia una finanza che, a oggi, ha una una dimensione circa 300 volte superiore al sistema economico di cui dovrebbe essere al servizio. La verità nuda e cruda è che essa è ormai fuori dal diretto controllo umano. Negli USA il 70% delle operazioni sui mercati finanziari è eseguito da computer, senza nessun intervento umano. In Europa tali operazioni sarebbero “solo” il 40% del totale. Si tratta del cosiddetto High Frequency Trading o commercio ad alta frequenza, in cui le transazioni sono realizzate in millesimi di secondo.
Nel 2007, alla vigilia della crisi, il sistema bancario“ufficiale” svolgeva un’attività di intermediazione pari a 11.000 miliardi di dollari. Il sistema bancario ombra valeva 20.000 miliardi di dollari. Come dire che ogni filiale bancaria a stelle e strisce aveva alle spalle due filiali “fantasma”, al di fuori di ogni controllo.
In quell’anno il sistema bancario ombra andò in crisi e le perdite tornarono sui bilanci dei gruppi bancari che rischiarono il collasso anche a causa del crollo della fiducia e della conseguente difficoltà di finanziarsi. Nell’anni seguente, il 2008, gli Stati sono intervenuti con giganteschi piani di salvataggio. La Fed USA mise sul piatto 16.000 miliardi di dollari tra prestiti a tasso agevolato e altre forme di intervento.
In altre parole il mostruoso debito creato dalla finanza speculativa per moltiplicare i profitti eludendo regole e controlli fu trasferito agli Stati, senza alcuna condizione. Ed ecco i piani di austerità, le misure “lacrime e sangue” i tagli al welfare. Ovvero il debito creato dal sistema bancario ombra è stato trasferito alle banche, poi agli Stati e da questi ai cittadini provocando una recessione globale, ovvero una diminuzione del PIL.
Eccone il perché in cinque punti:
1- Se il parametro fondamentale usato per valutare lo stato di salute di una nazione è il rapporto tra debito e PIL, la diminuzione del denominatore provoca il peggioramento del rapporto;
2 – Ma anche il numeratore peggiora, perché recessione significa meno consumi, meno entrate fiscali (a partire dall’IVA, imposta sui consumi), quindi, a parità di spese pubbliche si ottiene un deficit maggiore e un aumento del debito;
3 – L’indebitamento degli Stati aumenta l’emissione di titoli di Stato (Bot, Btp e Cct in Italia) per finanziare il debito stesso, in che non migliora le cose;
4 – Strumenti finanziari derivati, i CDS, consentono vere e proprie scommesse sul fallimento di Stati e imprese. Ma montagne di questi titoli aumentano l’instabilità dei mercati e le difficoltà degli Stati che subiscono pesanti attacchi speculativi.
5 – I grandi investitori istituzionali operano anche su piattaforme denominate “dark pool” (pozze nere, al di fuori dei mercati regolamentati), eseguendo compravendite al di fuori di qualsiasi controllo o trasparenza e alla fine, come s’è già visto in passato, i guadagni sono degli investitori e le perdite sono del popolo.
Tutto questo sembra un gigantesco gioco delle tre carte teso a non riconoscere che i debiti accumulati nel sistema finanziario sono troppi. Ma c’è dall’altro: a differenza dei fondi ricevuti a titolo gratuito dagli Stati solo un paio di anni prima, i mercati finanziari hanno fissato condizioni durissime per ri-prestare i soldi agli Stati: da un lato alti tassi d’interesse, dall’altro stringenti garanzie circa la restituzione dei debiti (piani di austerità, fiscal compact, pareggio di bilancio nelle costituzioni).
Dunque non si può più spendere per il welfare perché le risorse devono andare al pagamento del debito e a rimettere a posto i conti pubblici disastrati non da noi ma dalla finanza speculativa che abbiamo aiutato a costo zero; e dobbiamo accettare i sacrifici per “restituire” fiducia ai mercati. Ma mentre noi siamo chiamati a misure “lacrime e sangue” i mercati finanziari sono lasciati liberi di speculare come e peggio di prima.
Oggi molti dei principali gruppi bancari europei continuano a lavorare con leve finanziarie anche di 30 o 40 a 1, ovvero 1 euro di capitali propri contro 30 o 40 di debiti. E siccome nell’economia reale, i tassi di sofferenza sui crediti arrivano al 5 o 6% (Italia), ecco che gli istituti di credito bloccano i prestiti (credit crunch). Per le banche è molto più semplice prendere a prestito miliardi dalla BCE al 1% per comprare titoli di Stato che rendono 5 o 6 volte di più invece che fare il proprio mestiere.
Cosa fare di fronte a tutto ciò? Intanto si potrebbe diminuire la leva finanziaria, separare le banche commerciali da quelle di investimento (narrow banking), tassare le transazioni finanziarie, chiudere i paradisi fiscali, regolamentare i derivati, bloccare la speculazione su cibo e materie prime e rendere pubblico, per ogni giurisdizione, quanto fatturato crea un’azienda, quanto paga i lavoratori, quanti profitti realizza e quante tasse paga (si pensi ai giganti del webb). Ma prima occorre superare il potere delle lobby finanziare che in molti casi, a dispetto dei disastri degli ultimi anni, sono esse stesse a scrivere le regole che riguardano il proprio operato.
Ma sta ai piccoli risparmiatori far partire un vero cambiamento. Negli ultimi anni milioni di cittadini hanno avviato forme di consumo critico; però ancora pochi di noi domandano alla propria banca, fondo pensione o d’investimento, quale utilizzo viene fatto del nostro denaro. Sta a noi fermarci a considerare che mentre i maggiori gruppi bancari del mondo hanno avuto bisogno, e continuano ad avere bisogno, di gigantesche iniezioni di capitali pubblici per tenersi in piedi (e poi li usano per reinvestirli in debiti pubblici gravosissimi), diversi studi hanno mostrato come le “banche che fanno le banche”, ovvero raccolgono risparmio per erogare prestiti a famiglie e imprese, stanno attraversando la crisi con molti meno problemi.
Per uscire dalla crisi finanziaria, in conclusione, il passo più importante deve consistere nel riportare la finanza a essere strumento al servizio dell’economia e della società e non sistema per arricchirsi senza produrre nulla. Ma per fare questo, purtroppo, occorre una politica che abbia una visione chiara e forte e non sia invischiata essa stessa nel sistema.
