

di Stefano Tienforti
Restare è una scelta che si rinnova ogni giorno.
Per una testata locale non è mai un fatto acquisito: è un equilibrio tra ciò che cambia e ciò che invece resta, tra il bisogno di raccontare e quello di essere ascoltati. Anzi, letti.
A vent’anni esatti dalla prima uscita in edicola de L’Extra, il 25 aprile del 2006, la domanda più sensata da farci probabilmente non è cosa siamo stati, ma se ha ancora senso esserci. E la risposta passa inevitabilmente da una riflessione su come si fa informazione oggi, in un contesto profondamente diverso da quello di allora.
In due decenni sono cambiati strumenti, tecnologie e, di conseguenza, tempi e abitudini di lettura: internet, gli smartphone non solo hanno inciso sulla velocità con cui, oggi, circolano le notizie, ma anche moltiplicato le possibilità di comunicare e trasmettere. Hanno trasformato, in sintesi, il modo di informarsi, e spesso anche il modo di raccontare. Ma in questo scenario, se anche L’extra cartaceo è diventato lextra.news spostandosi sulla rete, un punto resta intatto, identico a venti anni fa: il bisogno di riconoscersi nelle storie che riguardano il proprio territorio.
Fare informazione locale oggi significa orientarsi attorno a questo equilibrio. Significa scegliere cosa raccontare, ma anche come farlo. Significa tenere insieme la cronaca quotidiana e la capacità di leggere ciò che accade con uno sguardo più ampio, senza inseguire necessariamente ogni flusso, ma cercando di dare un senso, una sensibilità, un’anima.
In questi anni è cambiata anche la relazione con chi legge. Più diretta, più immediata, a volte più esigente. Una relazione che non si costruisce solo sulla notizia, ma sulla continuità, sulla fiducia, sulla riconoscibilità.
È in tutto questo che, venti anni dopo, troviamo il senso di essere ancora qua.
È un modo di stare dentro il presente, con l’idea che raccontare una città significhi prima di tutto provare a capirla. Viverne i successi e le debolezze, i tesori i difetti che a volte paiono spiccare più degli enormi pregi. È un privilegio che raccoglie un dovere di rispetto.
È anche un percorso fatto di persone, incontri, storie condivise.
Nei prossimi mesi torneremo su alcuni di questi vent’anni, riprendendo storie e contributi usciti sulla carta e provando a leggere cosa è cambiato, e cosa no. Riflettendoci, anche attraverso alcuni momenti di confronto dal vivo.
Perché raccontare una città, in fondo, significa continuare a provare a capirla.
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