Ara della Regina e Università Agraria, il PCI: “Serve una svolta per valorizzare il patrimonio etrusco”

Riceviamo da Luigi Caria, segretario del PCI Provinciale di Viterbo, e pubblichiamo

Università Agraria di Tarquinia: la gestione di centrodestra si ferma alla burocrazia. Serve una “scossa” per l’Ara della Regina. Chiediamo una visione di sviluppo e un progetto culturale concreto in sinergia con la Regione Lazio, nel solco della nostra migliore tradizione storica.

Ci sono patrimoni che molti territori nel mondo invidierebbero, e che a Tarquinia rischiano di rimanere cartoline sbiadite o, peggio, nodi burocratici irrisolti. Uno di questi è lo straordinario comparto dei terreni gestiti dall’Università Agraria, aree che custodiscono un tesoro dal valore inestimabile: il Pianoro della Civita e, nello specifico, il monumento dell’Ara della Regina, uno dei templi etruschi più maestosi e importanti dell’intero bacino del Mediterraneo.

Oggi più che mai, l’Università Agraria ha bisogno di una vera e propria scossa. Ma per darla serve una visione che l’attuale amministrazione di centrodestra, purtroppo, sta dimostrando di non avere. Ancora una volta, assistiamo a una gestione politica che non sa come far crescere l’Ente come dovrebbe: ci si limita all’ordinaria amministrazione, alle carte, alle scadenze burocratiche e alla conservazione dell’esistente. Un ente importante come l’Agraria non può essere ridotto a un semplice ufficio per la gestione di carte, pascoli e affitti. Gestire la burocrazia non basta più; serve la capacità di programmare e di guardare al futuro dei nostri giovani e del territorio.

Questa totale mancanza di lungimiranza fa rimpiangere una grande stagione politica del passato. La storia di Tarquinia ci ricorda, infatti, che il Partito Comunista Italiano è stato da sempre il motore portante per la nostra città sulla cultura, sulla valorizzazione della storia locale e sulla gestione dei terreni per le coltivazioni. Quella era una politica capace di unire il riscatto sociale dei lavoratori della terra alla crescita culturale della comunità, vedendo nel patrimonio collettivo una risorsa da far fruttare per il bene di tutti, e non un peso burocratico da gestire con timidezza.

È tempo di recuperare quello spirito e capire che la terra, oltre a produrre i frutti della natura, può e deve generare cultura, turismo e occupazione. I terreni che circondano l’Ara della Regina devono diventare il fulcro di un grande progetto di valorizzazione integrato, capace di alzare lo sguardo e intercettare le grandi opportunità che la Regione Lazio mette a disposizione attraverso i bandi per i luoghi della cultura, le reti d’impresa e i fondi europei per il turismo sostenibile.

Immaginare il futuro dell’Ara della Regina significa uscire dal guscio della timidezza amministrativa. Pensiamo a un grande partenariato pubblico-pubblico tra Agraria, Comune e Soprintendenza per creare infrastrutture di accoglienza sostenibili. Pensiamo alla nascita di un marchio agro-culturale che unisca i prodotti d’eccellenza delle nostre terre alla storia etrusca. Ma pensiamo soprattutto a rendere quel sito vivo: un festival estivo di teatro o musica acustica sfruttando il monumentale basamento del tempio, laboratori permanenti di archeologia sperimentale e percorsi ciclo-pedonali attrezzati che colleghino la Civita alle Necropoli e al Lido.

Per fare questo serve un cambio di passo e una volontà politica che superi il grigiore burocratico in cui il centrodestra locale sembra essersi impantanato. Il primo passo concreto dovrebbe essere l’istituzione immediata di un tavolo tecnico di co-progettazione tra l’amministrazione dell’Agraria, il Comune di Tarquinia e i tecnici della Regione Lazio. La cultura non è un costo, è l’investimento più redditizio che una comunità possa fare. È ora che la governance dell’Università Agraria batta un colpo, dimostri coraggio e si trasformi in un motore attivo del futuro di Tarquinia, smettendola di fare solo il custode distratto del passato.

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