Riceviamo da Monica Calzolari e pubblichiamo
Care concittadine e cari concittadini,
desidero aggiungere il mio contributo di archivista di Stato all’ampio e serio dibattito che si è sviluppato nelle ultime due settimane, in seguito alla rinuncia da parte dell’Amministrazione comunale all’esercizio del diritto di prelazione sull’appartamento di via dei Granari 28, anche per rispondere alle assurde affermazioni del sindaco Sposetti e del consigliere Cesarini circa l’inutilità dell’immobile per l’interesse pubblico e del consigliere Ciurluini sull’irrilevanza delle competenze, con cui ha cercato di svalutare i pochi (sic) firmatari della petizione tra i quali ci sono anch’io.
Nel corso dei sedici mesi durante i quali ho ricoperto l’incarico di assessora all’Archivio storico comunale ho studiato a fondo le problematiche concernenti questo autentico tesoro della città, che nulla ha da invidiare agli altri beni archeologici e storico-artistici e, nel loro insieme, rendono Tarquinia una realtà unica, di importanza internazionale.
Ho studiato, naturalmente, anche il Palazzetto in cui l’archivio storico ha sede e ho pubblicato un sintetico resoconto già nel catalogo della mostra sulla Madonna del Lippi che ha segnato la vita culturale della città proprio nel primo semestre dell’amministrazione Sposetti.
Pochi sanno che l’archivio di un Comune, posto sotto la diretta responsabilità del segretario comunale, costituisce un complesso unitario che raccoglie tutti gli atti prodotti e ricevuti dall’Ente e che tutta la documentazione attraversa tre fasi di vita: la fase attiva, quando gli affari sono in corso, la fase di deposito, quando gli affari documentati sono esauriti, ma gli atti debbono essere conservati con tempistiche differenti a seconda della normativa specifica, la fase storica riguardante gli atti che, trascorso un quarantennio dalla loro produzione, continuano a rivestire un interesse per la storia e sono perciò soggetti a conservazione illimitata nel tempo.
Attualmente nell’Archivio storico comunale, sito in piazza Titta Marini nella porzione del palazzetto dell’ex ospedale di Santo Spirito destinatagli negli anni Novanta del secolo scorso, si conserva documentazione storica fino al 1960 ca. Tutta la document azione prodotta nei decenni successivi è rimasta, in parte presso gli uffici, in parte nelle soffitte del Palazzo comunale e in parte è stata abbandonata in luoghi impropri quali l’ex Pomodorificio e l’ex Cartiera. Un pezzo importante della storia della città è inaccessibile e a rischio di perdita definitiva.
Tale situazione oltre a rappresentare una violazione di legge, con conseguenze anche penali, in quanto gli archivi comunali fanno a tutti gli effetti parte del demanio, rappresenta un danno per la ricerca storica e per l’esercizio di moltissime attività professionali che necessitano la consultazione degli atti (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, artt. 1, c. 3; 5, c. 1; 10, c. 2, let. B; 20-21; 30, cc. 1 e4; 53; 101, c.2, lett. c; 112; 122-124; 160; 163; 171-172).
Un esempio per tutti: le carte riguardanti due artisti di fama mondiale che hanno operato a Tarquinia, quali Roberto Antonio Sebastián Matta Echaurren e Massimiliano Fuksas sono inconsultabili e a rischio di perdita. Secondo le mie indicazioni, dal 2025 l’ufficio Affari generali del Comune ha avviato e sta coordinando un progetto di ricognizione degli archivi comunali, propedeutico alle operazioni di selezione degli atti da conservare e da versare nell’Archivio storico e alle operazioni di scarto degli atti privi di interesse storico e di deposito degli atti per i quali devono ancora trascorrere i tempi di legge prima che possano essere versati o scartati.
Come si può facilmente capire, l’importanza di acquisire per l’Archivio storico anche l’appartamento di via dei Granari 28 e non solo quello di via dei Granari 24, sul quale il Comune ha esercitato la prelazione, è sostenuta da queste esigenze di spazi ampi, ben articolati, accessibili e funzionali all’espletamento di un servizio che non si esaurisce nelle misere dodici ore settimanali di apertura al pubblico garantite dal Comune, ma comprende tutte le operazioni sopra elencate, a cui si aggiungono quelle di ricondizionamento in fascicoli e faldoni puliti, inventariazione, digitalizzazione e movimentazione e valorizzazione dei beni conservati.
Gli edifici destinati agli archivi devono essere progettati o ristrutturati “in funzione della quantità e della densità del materiale archivistico che vi sarà concentrato. La dimensione dei depositi archivistici va commisurata non solo alla quantità di materiale già esistente, ma anche in previsione dei futuri incrementi (…) l’immobile deve inoltre garantire la possibilità di accogliere gli incrementi di documentazione previsti per un congruo numero di anni” (prescrizioni della Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio).
Le prescrizioni dell’edilizia archivistica raccomandano che i depositi del materiale per motivi di sicurezza NON SIANO MAI collocati nelle soffitte e siano collocati preferibilmente al piano terra, in locali asciutti e scarsamente illuminati, ma areati e dotati di impianti antincendio e antifurto. Esiste inoltre la necessità costante di svolgere le operazioni di manutenzione ordinaria e straordinaria dei documenti già conservati e di quelli che pervengono con i versamenti periodica: attività per le quali è estremamente necessario avere spazi dedicati e di facile accesso dalla strada.
Infine, anche la valorizzazione riveste un ruolo fondamentale. In primo luogo la sala di consultazione dovrebbe essere accessibile e inclusiva, ben illuminata, rispondente alla normativa sulla sicurezza e dotata di guardaroba e di servizi igienici, diversificati, per i dipendenti e per il pubblico; in secondo luogo la valorizzazione può consistere nella realizzazione di esposizioni temporanee o permanenti, in laboratori, in performances di vario genere, ma anche di servizi aggiuntivi realizzabili anche in concessione a terzi, quali un bookshop e una caffetteria, che renderebbero l’archivio una tappe gradevole e interessante lungo il percorso turistico che collega Santa Maria in Castello al Museo Archeologico.
Come si può ben capire da quanto sommariamente esposto, l’acquisizione dell’appartamento di via dei Granari 28, proprio per la sua ampiezza, per le sue caratteristiche e per la sua ubicazione (accesso dalla piazza tramite un largo cancello carrozzabile al cortile con ingresso sia nell’appartamento e sia nel piano terra del palazzetto vero e proprio), insieme a quello di via dei Granari 24, sarebbe stata un’azione coerente con la definizione dell’Archivio storico come “un istituto/servizio culturale – che – svolge una funzione essenziale” contenuta nel Nuovo regolamento approvato soltanto pochi mesi fa con deliberazione del Consiglio comunale n.2 del 19.02.2026 e avrebbe dato consistenza e credibilità a tale affermazione e a tutti i buoni principi di seguito elencati.
