Riceviamo dal consigliere comunale Giovanni Ciurluini e pubblichiamo
Nelle ultime settimane alcuni hanno cercato di trasformare una normale discussione politica in uno scontro tra chi sarebbe dalla parte della democrazia e chi invece sarebbe contro la partecipazione dei cittadini.
È una narrazione tanto comoda quanto falsa. Non ho mai contestato il diritto di nessuno a promuovere una petizione, raccogliere firme o esprimere la propria opinione. Ma in democrazia esiste anche il diritto di osservare le proposte, valutarle criticamente e perfino respingerle. Altrimenti non avremmo un Consiglio Comunale ma un funzionario incaricato di ratificare qualsiasi richiesta gli venga presentata.
In questa vicenda, tra l’altro, si è evitato accuratamente di affrontare il vero problema. Mentre il Comune stava completando l’acquisizione di una parte importante del complesso storico di Santo Spirito, è stata promossa una raccolta firme su un altro immobile dello stesso sito, generando non poca confusione tra i cittadini. Ho raccolto personalmente dubbi e richieste di chiarimento da parte di persone convinte che si stesse parlando dello stesso bene. Se l’obiettivo era informare, il risultato è stato quantomeno discutibile.
Ancora più sorprendente è aver visto presentare una petizione di poco più di novanta firme, nemmeno la soglia simbolica delle cento adesioni, come se rappresentasse l’orientamento diffuso e rappresentativo della maggioranza della comunità tarquiniese. Quelle firme meritano rispetto, ma il rispetto dei cittadini non passa attraverso l’amplificazione artificiale dei numeri o la costruzione di una realtà che non esiste. Novanta firme sono novanta firme. Niente di più e niente di meno.
Ho letto inoltre continui richiami alle firme “autorevoli”. È un argomento che non condivido e che considero culturalmente sbagliato. La forza di una petizione non dipende dal curriculum di chi firma. Se accettassimo il principio secondo cui la firma di uno storico, di un architetto, di un professionista o di un ex amministratore vale più di quella di un pensionato, di un commerciante, di un operaio o di uno studente, finiremmo per negare uno dei principi fondamentali della democrazia, quello dell’uguaglianza.
Ma la questione centrale resta un’altra, ed è la stessa domanda che continua a non ricevere risposta. Qual era il progetto? Non lo slogan. Non la polemica. Non il comunicato stampa. Il progetto. Quale destinazione pubblica avrebbe avuto l’immobile? Con quali risorse sarebbe stato recuperato? Con quali fondi sarebbe stato gestito e mantenuto negli anni? Quali benefici concreti avrebbe prodotto per la città? Su questo, nonostante settimane di dichiarazioni, regna ancora il silenzio.
Ed è proprio questo che mi porta a sospettare che per qualcuno l’obiettivo non fosse tanto costruire una proposta per Tarquinia, quanto trovare un nuovo argomento da utilizzare contro l’amministrazione. Quando una battaglia è sorretta da un progetto, il progetto viene mostrato. Quando invece il progetto manca, restano soltanto le polemiche.
Io continuo a pensare che la politica debba occuparsi di ciò che può realizzare, non di ciò che può far discutere. Oggi il Comune possiede un patrimonio storico di grande bellezza e la vera sfida è valorizzarlo, renderlo fruibile e trasformarlo in un’opportunità per la città.
Se davvero abbiamo a cuore il nostro territorio, allora il dibattito dovrebbe concentrarsi sulle risorse disponibili, sui progetti concretamente realizzabili e sulle opportunità che possiamo offrire ai cittadini e alle future generazioni. Su questo terreno troverete sempre la mia disponibilità. Sulle polemiche, francamente, credo che Tarquinia abbia già perso abbastanza tempo.
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