


Un’opera che compare nel paesaggio destinata a rimanervi soltanto per qualche settimana e poi a scomparire. È il nuovo intervento del ciclo “Fuori luogo”, progetto degli artisti tarquiniesi Marco Ferri e Marco Vallesi, che in questi giorni hanno scelto la campagna di Tarquinia per una nuova installazione temporanea capace di mettere in relazione arte, natura, territorio e storia.
Il luogo non è casuale. L’opera prende forma tra Poggio San Savino e la Civita, a poca distanza dall’Ara della Regina, nel cuore di un paesaggio strettamente legato alla storia della Tarquinia etrusca. È qui, sul pianoro della Civita, che sorgeva l’antica Tarkna ed è a questo territorio che la tradizione lega il mito di Tagete, figura alla quale viene ricondotta la rivelazione della disciplina religiosa e divinatoria degli Etruschi.
Proprio il rapporto con un luogo così fortemente simbolico è uno degli elementi centrali dell’intervento di Ferri e Vallesi. L’arte esce dagli spazi nei quali normalmente viene cercata ed esposta e arriva direttamente nel paesaggio, stabilendo con esso una relazione destinata, per sua stessa natura, a non essere permanente.
Cosa sia esattamente comparso nella campagna tarquiniese è qualcosa che, almeno inizialmente, “Fuori luogo” sceglie di non raccontare fino in fondo. La scoperta è parte dell’esperienza: una sorta di flash mob artistico che prende forma senza annunciarsi completamente e che si lascia incontrare attraverso la presenza, il passaggio e il tempo.
L’installazione, pressoché completata, resterà visibile per alcune settimane (qui le coordinate per visitarla). È stata realizzata utilizzando materiali biodegradabili ed ecologici. Anche la sua scomparsa è dunque parte dell’idea originaria: l’opera nasce per essere temporanea, destinata progressivamente all’azione del tempo e degli agenti atmosferici o, quando sarà necessario, a essere disallestita dagli stessi artisti, senza lasciare materiali inquinanti sul terreno.
Alla base dell’intervento c’è il manifesto elaborato da Ferri e Vallesi per questa esperienza di “Fuori luogo”. Una riflessione che parte dalla possibilità di liberarsi, fisicamente e mentalmente, da schemi e spazi consueti e trova nel paesaggio agrario tarquiniese uno scenario nel quale indurre i visitatori a riflettere su ciò che il territorio offre.
È un gioco artistico, ma anche una provocazione. Nella rappresentazione si soppesa il rapporto tra la credulità su cui si costruiscono delle opinioni basate su illusioni, fino alla necessità di tornare a confrontarsi con qualcosa di concreto, fisico e terreno. Concetti affidati non soltanto alle parole, ma a un’opera che occupa realmente uno spazio e che proprio per questo invita chi la incontra a guardare quel luogo con occhi differenti.
L’esperienza dell’estate 2026 vuole però essere anche una scintilla. Ferri e Vallesi lanciano infatti da Tarquinia l’idea di costruire, in futuro, un festival dedicato all’arte ambientale e alle installazioni temporanee, capace di coinvolgere artisti tarquiniesi e provenienti da altri territori.
L’intuizione è quella di partire proprio dalla straordinaria varietà del territorio di Tarquinia e dai suoi luoghi carichi di storia, identità e significati, invitando gli artisti a interpretarli attraverso interventi pensati specificamente per gli spazi nei quali vengono realizzati.
È proprio questa la prospettiva che l’attuale “Fuori luogo” vuole mettere alla prova: un intervento indipendente, estemporaneo e volutamente impermanente che possa diventare il primo passo di un’esperienza più ampia.
Marco Ferri e Marco Vallesi ringraziano la proprietà del terreno agricolo che ospita l’installazione, per aver cortesemente messo a disposizione lo spazio e aver reso possibile la realizzazione del progetto.
L’opera resterà visibile soltanto per alcune settimane. Poi “Fuori luogo”, coerentemente con la propria natura, tornerà a lasciare il posto al paesaggio.
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