«Fuori luogo», l’opera torna alla terra: il maltempo “completa” l’installazione di Ferri e Vallesi

l tempo e la natura stanno, a modo loro, portando a compimento “Fuori luogo”, l’installazione ambientale realizzata dagli artisti tarquiniesi Marco Ferri e Marco Vallesi nella campagna tra Poggio San Savino e la Civita. Il maltempo degli ultimi giorni ha infatti mutilato una parte dell’opera, modificandone l’aspetto originario e segnando l’inizio della sua fase conclusiva. E proprio quanto sta accadendo non rappresenta un incidente estraneo al progetto ma, al contrario, è parte integrante del percorso creativo e concettuale immaginato dai due artisti.

Fin dalla sua ideazione, infatti, l’installazione era stata pensata come un’opera temporanea, destinata a rimanere nel paesaggio soltanto per alcune settimane e poi a scomparire progressivamente. Paglia, canne, fibra di canapa, gesso e gli altri materiali biodegradabili ed ecologici utilizzati per realizzarla sono nati dalla terra e alla terra stanno tornando, attraverso un processo nel quale la natura è insieme custode, artefice e carnefice dell’opera.

Il maltempo come parte del processo artistico

La trasformazione prodotta dagli agenti atmosferici non interrompe, dunque, il significato dell’opera, ma lo rende ancora più evidente. Ciò che per un breve periodo ha assunto la forma di un oggetto artistico torna, gradualmente, a confondersi con il campo che lo ha accolto, chiudendo un ciclo nel quale creazione e dissoluzione paiono avere lo stesso valore.

E così anche la mutilazione subita dall’opera diventa un nuovo passaggio della sua storia: gli “asini alati” atterrati nella campagna tarquiniese, con gli zoccoli a terra e le ali ormai stanche, acquistano oggi un significato forse ancora più forte e l’atterraggio evocato da Ferri e Vallesi diventa anche una rottura fisica, un ridimensionamento delle illusioni e un ritorno alla concretezza della materia.

Proprio per questo, visitare l’installazione in questi giorni conserva – e forse accresce – il proprio senso (più sotto la guida su come raggiungerla). Non si incontra più soltanto l’opera nel momento del suo compimento, ma si può osservare la trasformazione per la quale era stata concepita, quando il paesaggio torna lentamente a riprendersi ciò che gli appartiene.

Dalla terra alla forma, dalla forma nuovamente alla terra

“Fuori luogo” ha vissuto soltanto una fase transitoria come oggetto artistico, ma resta attraversata dallo spirito di creatività e dal rispetto per il territorio che costituiscono due dei punti centrali del progetto. La sua impermanenza non coincide con una perdita: è il messaggio stesso dell’intervento, affidato a materiali che possono degradarsi senza lasciare elementi inquinanti nel terreno.

A fare da scenario è uno dei paesaggi più suggestivi e simbolici della campagna tarquiniese: da Poggio San Savino lo sguardo raggiunge da una parte l’Ara della Regina e il pianoro sul quale sorgeva l’etrusca Tarkna; dall’altra Tarquinia e, più lontano, il mare. Un luogo nel quale arte, natura, storia e mito hanno dialogato per alcune settimane, prima che l’opera iniziasse a lasciare nuovamente spazio al paesaggio.

È questo il senso più profondo di un progetto che non ha mai cercato di sfidare il tempo o di sottrarsi alla natura. Al contrario, ha accettato fin dall’inizio di consegnarsi a entrambi, facendo della propria scomparsa non una conseguenza inevitabile, ma l’ultimo atto creativo.

Il manifesto degli artisti e il video esclusivo de lextra.news

default

A raccontare il pensiero dal quale nasce l’installazione è il manifesto scritto da Marco Ferri e Marco Vallesi, pubblicato integralmente insieme a questo articolo. Una riflessione che parte dalle precedenti esperienze del ciclo “Fuori luogo” e attraversa il mito di Tagete, il paesaggio agrario tarquiniese, la credulità contemporanea, la forza delle illusioni e la necessità di tornare a confrontarsi con qualcosa di fisico, concreto e terreno.

Ad accompagnarlo è anche un video, pubblicato in esclusiva da lextra.news e già online sul canale YouTube della testata, che documenta l’opera nella prima fase successiva al completamento. Le immagini conservano il momento in cui l’installazione si mostrava ancora nella sua interezza, immersa nello straordinario scenario di Poggio San Savino, con l’Ara della Regina alle spalle e, sul versante opposto, Tarquinia e il mare all’orizzonte.

Il video diventa così non soltanto documentazione, ma memoria di una delle forme assunte dall’opera. Perché “Fuori luogo” continua a cambiare e, proprio mentre si avvia verso la propria scomparsa, porta a compimento l’utopia temporanea immaginata da Ferri e Vallesi: apparire nel paesaggio, modificarne per un momento la percezione e, infine, tornare alla terra.

Dalle precedenti esperienze del ciclo “Fuori luogo” abbiamo tratto la consapevolezza che il porsi all’esterno di alcuni schemi, fisici e mentali, rende il nostro impegno più leggiadro, più svincolato e libero da pressioni e circostanze. Questa volta, lo sguardo va a spaziare sull’ampio paesaggio agrario tarquiniense che ci permette d’immaginare quanto esso sia uno scenario idoneo, quasi perfetto, per mettere in relazione arte, natura e territorio.

Siamo su di un tenue balzo della più grande collina che è il basamento del pianoro della Civita, l’area dove sorgeva l’etrusca Tarkna, la città dove si colloca il mito fondante dell’intera Etruria: la nascita di Tagete.

E forse il campo, dalle cui zolle scaturì il supremo vate che dettò – riporta criticamente Cicerone – religione e divinazione al popolo etrusco, non è lontano da qui.

Sta di fatto che il luogo è senz’altro intriso di miti e leggende ed anche per questo è il sito ideale per compiere qualche sorta di rituale.

È per il carattere permeabile di questa terra, capace di lasciarsi attraversare da flussi di pensiero senza che questi – si accetti la metafora – abbiano l’opportunità di renderla fertile, ubertosa dal punto di vista culturale, sociale e critico, che si rende proponibile persino l’utopia di un progetto tanto bizzarro quanto impermanente.

L’idea, la volontà di realizzare un’opera scultorea capace di fissare su di sé quest’utopia, rende l’azione simile ad un segno, come un prodigio in cielo nella terra di settembre; l’insieme di un atto concreto che focalizza e riassume armonicamente concetti, testimonianza, gioco e ironia.

Dal volo degli asini si trae, come derivata, la credulità popolare che è oggi fortemente sollecitata da sistemi sociali sofisticati e tecnologici utili a generare opinioni sempre più massificate e gestibili dal potere; la banalità delle illusioni che inducono le persone a desiderare – 8 unconsumare – ciò che non serve, che non è utile; sostenere cause insostenibili e schieramenti con i propri aguzzini.

L’atterraggio è un atto di rottura.

Non ci crediamo più. Gli zoccoli a terra e le ali stanche ridimensionano il quadro e ci lasciano la libertà di valutare se credere ancora alla sostanza terrena, seppure effimera, o affidarci alla dubbia virtualità di un messaggio che appare su un monitor o un display.

L’opera è realizzata con materiali biodegradabili ed ecologici (paglia, canne, fibra di canapa, gesso, ecc.) ed è destinata a scomparire, degradata in breve tempo dagli agenti atmosferici.

Clicca qua per ricevere le notizie locali su WhatsApp
Il modo più semplice per sapere cosa succede a Tarquinia e a Montalto

Ogni venerdì extraletter, il riepilogo settimanale delle notizie locali. Clicca per iscriverti

Vuoi il calendario di tutti gli eventi del territorio? Clicca qua (e aggiungilo ai preferiti)!