Volarono gli asini. Quando l’arte accade

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di Tiziano Torresi

Un cavallo di Troia. Anzi, due cavalli di Troia. Che però cavalli non sono; sono asini. E non custodiscono nel ventre guerrieri, non preparano la rovina di una città, non vengono dal mare. Sono arrivati dalla terra e alla terra sono destinati a tornare. Hanno perfino le ali, ma non volano.

C’è qualcosa di amletico nell’apparizione che Marco Ferri e Marco Vallesi hanno fatto accadere tra l’antica Tarkna e l’attuale Tarquinia: qualcosa che appartiene contemporaneamente al riconoscimento e allo spaesamento, al familiare e all’ignoto. Sappiamo che cosa sia un asino. Da millenni ne conosciamo la sagoma, l’ostinazione, la pazienza, il peso terrestre. E tuttavia basta aggiungere due ali, deporlo in mezzo a un campo e lasciarlo solo in un paesaggio smisurato perché quella creatura familiare diventi improvvisamente una domanda.

Due asini, semplicemente, ci sono. O meglio: ci sono ancora. Non ci saranno più. Ci saranno stati. Questa oscillazione tra presente e passato il luogo più autentico nel quale incontrarli.

Sono apparsi su un tenue balzo sotto il pianoro della Civita; non in una prestigiosa galleria, non dentro la neutralità protetta di un museo, ma in un campo battuto dal sole di un’estate rovente come nessun’altra. Paglia, canne, fibra di canapa, gesso: materie povere, vulnerabili, che non fingono l’eternità. L’opera era stata pensata per vivere poche settimane. E la violenza del primo temporale di settembre dopo mesi di siccità ha già cominciato a compierla, mutilandola e restituendola progressivamente alla terra. Ma prima ancora della materia viene il luogo, che non è mai innocente. A Tarquinia, come altrove. Qui la terra custodisce. Nasconde. Restituisce. Da questa terra, secondo il mito, scaturì Tagete, il fanciullo prodigioso che insegnò agli Etruschi l’arte di interrogare i segni e di conoscere attraverso di essi la volontà degli dèi. Ed è singolare che proprio qui, nella patria mitica del vaticinio, Ferri e Vallesi abbiano collocato due creature che sembrano dichiarare la crisi di ogni vaticinio: ali stanche, zoccoli saldati con la terra, quasi a opporre alla vertigine contemporanea delle immagini e dei responsi che scorrono sui nostri schermi l’ostinata, ruvida evidenza delle cose. È, del resto, una tensione esplicitamente indicata dagli stessi artisti.

Poco lontano è l’Ara della Regina, da dove provengono i cavalli alati. Sarebbe fin troppo facile costruire su questa coincidenza un elegante gioco iconografico: i nobili cavalli etruschi e gli umili asini contemporanei; l’ascesa e la caduta; il sublime e il comico; l’aristocrazia del mito e la prosaicità della terra. Ma, secondo me, saremmo fuori strada. Il rapporto con i celeberrimi cavalli alati non risulta, peraltro, dichiarato dagli autori come una citazione intenzionale e per questo diventa più interessante.

Perché in certi luoghi non occorre citare il passato. È il passato che cita “noi”. Ci precede. Ci circonda. Ci guarda. L’artista che interviene in un paesaggio come questo non dispone di uno spazio vuoto. Entra, piuttosto, dentro una densità che esisteva prima di lui e continuerà a esistere dopo. E allora la questione non consiste nel sovrapporre al luogo un significato ulteriore, ma nel trovare la misura che potremmo definire armonico/musicale di una presenza, capace di risuonare senza sopraffare.

È qui, credo, che l’intervento di Ferri e Vallesi acquista la sua qualità più sottile. Perché questi asini non occupano il paesaggio, ma lo abitano per un poco. La distinzione è enorme. Viviamo in un tempo che sembra soffrire di una singolare forma di horror vacui. Tutto deve essere riempito, allestito, illuminato, valorizzato. Ogni piazza deve ospitare qualcosa, ogni luogo deve diventare location, ogni silenzio deve trasformarsi in palinsesto, ogni esperienza in evento. L’arte ne rimane prigioniera: arrivano il vernissage, il catalogo patinato, la fotografia di rito, il fondale, l’aperitivo, la comunicazione, l’evento collaterale, la promessa dell’“esperienza immersiva”. Tutto deve parlare. Tutto deve spiegarsi. Tutto deve produrre pubblico. Tutto deve diventare occasione.

Qui no.

Qualcuno ha avuto un’intuizione. L’ha trasformata in materia. Ha scelto un luogo. Ha lavorato sotto l’implacabile sole d’agosto. E poi ha lasciato lì l’opera, esposta non soltanto allo sguardo degli uomini e delle donne ma al sole, al vento, alla pioggia, agli insetti, alla polvere. All’indifferenza, perfino. Le prime comunicazioni sull’installazione non segnalano neppure una cerimonia inaugurale: l’opera compare nel paesaggio e può essere incontrata prima ancora di essere spiegata. Perché il paesaggio non è uno sfondo scenografico o un fondale fotogenico a servizio dell’opera ma materia stessa dell’opera.

Torniamo su quella collinetta, allora. Osserviamo. Sono animali del suolo e portano addosso l’impossibilità del cielo. Le ali promettono verticalità, gli zoccoli ribadiscono gravità. Tutto, in loro, evoca il volo; tutto, contemporaneamente, lo smentisce. I loro dorsi ispidi cominciano a confondersi con i dorsi delle stoppie. Il campo ha anch’esso un pelo. Il vento lo pettina. Le stoppie sembrano il mantello ruvido di un animale gigantesco disteso sul pianoro; oppure sono gli asini ad aver preso qualcosa dalla terra, ad essersi lasciati crescere addosso la sua stessa pelle: non sappiamo più con precisione dove finisca la scultura e dove cominci il paesaggio.

Poi c’è settembre.

E settembre conta. Non è soltanto la data dell’installazione. È una sua materia invisibile. Le ombre si fanno più lunghe. La luce comincia a inclinarsi. Arrivano le prime piogge. La terra, esausta di una estate infinita, sembra respirare diversamente. C’è ancora il sole, certo, ma dentro quella luce è già entrato qualcosa che annuncia la fine. Se per i due asini la precarietà non è una debolezza tecnica da perdonare ma è la grammatica stessa del lavoro, allora il tempo non è ciò contro cui l’opera deve difendersi: è uno dei materiali con i quali l’opera è costruita. Piove. Anzi diluvia. Una parte dell’opera cede. Doveva accadere. La natura non ha vandalizzato l’opera. L’ha presa sul serio. Ha accettato l’invito. È entrata nel lavoro e ha cominciato a terminarlo. Così il gesto iniziale di Ferri e Vallesi cessa, a un certo punto, di appartenere interamente a Ferri e Vallesi. Gli artisti arretrano. Entrano il vento, l’acqua, il sole, il deterioramento delle fibre, la gravità. L’autorialità stessa si fa più discreta. L’opera diventa un processo del quale gli autori hanno stabilito l’inizio ma al quale hanno rinunciato a imporre la fine.

Se tutto questo è vero, il vento che fa frusciare le canne ormai scoperte dal gesso che si è sciolto tra le ali dei due asini porta la domanda: cosa chiediamo all’arte. Che duri? Che stupisca? Che diverta? Che attragga visitatori? Che riqualifichi? Che “valorizzi il territorio”, secondo una delle espressioni più logore di un pietoso lessico culturale? Oppure possiamo ancora concederle il privilegio, infinitamente più serio, di non servire immediatamente a niente? Di esistere. Di essere gesto. Intuizione. Disciplina. Libertà. Provocazione. Non provocazione nel senso ormai esausto dello scandalo programmato – anch’esso diventato un genere, e forse uno dei più conformisti – ma nel significato etimologico del provocare: chiamare fuori. Chiamare fuori lo sguardo dalla sua abitudine.

Questo fanno i due asini alati. Non ci chiedono necessariamente di amarli. Non domandano approvazione. Non hanno bisogno di persuaderci della loro importanza. Sono lì. E per qualche istante, al tramonto dell’estate, costringono il nostro occhio a mettere nuovamente in relazione cose che avevamo smesso di vedere insieme: la stoppia e il cielo, il mito e il presente, la terra etrusca e un pezzo di canapa, l’Ara della Regina e un asino, l’eternità che attribuiamo all’antico e la fragilità che appartiene a noi.

Fuori luogo, dunque. Non semplicemente per portare l’arte fuori dai luoghi deputati. Il progetto aveva già sperimentato nel 2025 una forma autonoma, autogestita e diffusa negli spazi di Tarquinia. Ma uscire dal museo non basta. Si può benissimo trasferire fuori dal museo tutta la retorica del museo, tutto il suo apparato, perfino tutta la sua mondanità. Essere fuori luogo significa qualcosa di più radicale: accettare il rischio di non dominare il luogo ma ascoltarlo e lasciarlo parlare attraverso l’arte. Ferri e Vallesi non hanno riempito un luogo. Hanno introdotto in esso una vibrazione, una dissonanza minima, abbastanza forte da renderci consapevoli del silenzio che la circonda, abbastanza discreta da non distruggerlo.

Discrezione. Ascolto. Risonanza: parole controcorrente, perché implicano una rinuncia alla monumentalità intesa come occupazione, alla spettacolarità intesa come amplificazione, all’evento culturale inteso come macchina che deve continuamente certificare la propria esistenza, tra piazzette caciarone, eventi velleitari, sagre mal riuscite.

L’arte non riempie. Dirada. Non aggiunge rumore. Produce silenzio. Non impone uno sguardo. Ci restituisce la possibilità di guardare. Ecco perché, paradossalmente, la sua scomparsa non sarà il contrario della sua riuscita, ma il suo compimento. Fra qualche tempo gli asini non ci saranno più. La paglia cederà, il gesso si scioglierà, le fibre torneranno materia indistinta. Nel campo tornerà il vomere.

E allora?

Allora forse comincerà la parte più interessante. Perché chi li avrà visti continuerà per qualche tempo a vederli anche quando non ci saranno. Quello spazio avrà acquistato una memoria ulteriore. Non una cosa in più: un’assenza in più.

Ciò che rinuncia a durare come oggetto può durare come esperienza: l’arte accade e, proprio per questo resta. Non resta perché conservata, assicurata, inventariata, restaurata, musealizzata. Resta perché, per un istante, ha cambiato la qualità del nostro sguardo.

Due asini intrusi, venuti per poco a turbare una familiarità millenaria, lentamente scompaiono. Ma non si perdono. Si consegnano al tempo. Non sono stati un monumento nel paesaggio ma hanno aperto un intervallo nel nostro modo di guardarlo. E quando anche l’ultima traccia sarà scomparsa, quando il campo sarà tornato campo e il cielo, cielo, resterà forse soltanto questo: che lì, per un poco, l’arte è accaduta. Può bastare.

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