Riceviamo da Sergio Caci e pubblichiamo
L’inchiesta pubblicata nei giorni scorsi da la Repubblica e firmata da Filippo Santelli ha avuto un grande merito: ha portato sul piano nazionale ciò che a Montalto di Castro e nella Tuscia vediamo da anni.
E credo vada riconosciuto anche a Emanuela Socciarelli di aver saputo rappresentare Montalto in uno spazio così importante, su un giornale autorevole come Repubblica, seguito anche oltre i confini italiani. Quando un territorio piccolo riesce a conquistare una vetrina nazionale di questo livello, è comunque un fatto positivo per tutta la comunità. Ma proprio quell’inchiesta pone una domanda che la politica non può continuare ad aggirare: quale ruolo vogliamo dare ai sindaci e alle comunità locali? Un sindaco non può rispondere davanti ai cittadini di ciò che accade sul proprio territorio e poi essere ridotto a spettatore quando partono i grandi procedimenti autorizzativi.
Quando ero sindaco di Montalto mi sono battuto perché il Comune facesse sentire la propria voce, esprimendo anche pareri contrari nelle Conferenze dei servizi quando ritenevamo che nuovi interventi non fossero compatibili con la tutela del territorio. Emanuela Socciarelli, dopo di me, ha continuato su questa strada. Ma dobbiamo dirlo con chiarezza: i sindaci non hanno un vero diritto di veto. Possono esprimere pareri, presentare osservazioni, utilizzare gli strumenti urbanistici disponibili e difendere il territorio nelle sedi previste. Ma molte decisioni finali vengono assunte a livello regionale o nazionale. E allora va rivisto davvero il ruolo dei sindaci: più poteri di programmazione, più peso alla voce dei territori, regole che evitino che sempre le stesse aree vengano saturate di impianti.
Personalmente ho seguito fin dalla prima ora le attività del Comitato No FER Selvaggio di Montalto e Pescia Romana, così come il lavoro degli altri comitati della Tuscia. E chi osserva da fuori dovrebbe capire una cosa: nel nostro territorio esiste un fermento enorme. Non è una battaglia ideologica contro le rinnovabili. È la richiesta di una transizione energetica governata, programmata, compatibile con agricoltura, paesaggio, turismo e qualità della vita. Montalto ha già dato. Ha dato con la centrale, ha dato con gli impianti fotovoltaici e continua a dare con nuove infrastrutture energetiche.
Per questo mi sono impegnato anche su un altro fronte: portare in Parlamento la proposta di una riduzione degli oneri in bolletta per i territori caratterizzati da una forte concentrazione di impianti FER, proposta poi tradotta nell’Ordine del Giorno presentato al Senato dal Sen. Antonio Trevisi. Il principio è semplice: chi contribuisce di più alla produzione energetica del Paese deve ricevere un beneficio concreto. Non soltanto compensazioni spesso poco percepite. Ma qualcosa che entri direttamente nella vita delle famiglie e delle imprese: la bolletta. Mi auguro che tutti i gruppi politici presenti in parlamento, spinti anche dai rappresentanti locali, approvino l’ordine del giorno così come presentato.
È questa la discussione che l’inchiesta di Repubblica dovrebbe aprire. Non “rinnovabili sì” o “rinnovabili no”. Ma: quante ne può sostenere un territorio? Chi decide? Quanto pesa il parere dei sindaci? Come si evita di concentrare tutto nelle stesse aree? E soprattutto, cosa resta a chi quei territori li vive? La transizione energetica è necessaria. Ma per funzionare deve essere anche giusta. Montalto e la Tuscia non chiedono di restare fuori dalla transizione. Chiedono di poter contare nelle decisioni sul proprio futuro.
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