
di Luigi De Pascalis
Qualche giorno fa la curiosità mi ha spinto su quella collinetta tra Poggio San Savino e la Civita dove gli artisti Marco Ferri e Marco Vallesi hanno dato vita, volutamente effimera, a due asini alati che paiono essere atterrati lì per caso, quasi come se si fossero persi. E devo riconoscere che l’incontro fisico con quell’opera dotata di una sua monumentalità, nonostante la natura caduca dei materiali con cui è stata costruita, mi ha inquietato; forse perché un recente acquazzone ha chinato fino al suolo la testa di uno dei due animali alati, sicché non si sa se stia lì lì per brucare erba, assente sul posto in questa stagione, o intenda esprimere il tacito desiderio suo e del compagno – desiderio peraltro conforme al progetto degli autori – di tornare al più presto alla terra da cui provengono; anzi di tornare a nascondersi al mondo…
Come se se ne vergognassero.
A quel punto mi sono guardato attorno. La campagna era gialla e riarsa, tutt’attorno c’erano il cielo azzurro, il vento che veniva dal mare, un silenzio antico. E per un po’ sono rimasto lì a chiedermi cosa volessero dirmi ancora i due bianchi e ritrosi asini alati.
Intanto c’era il luogo scelto per l’istallazione, consono più al passato che al presente, laddove le due creature di canne paglia e gesso non sembravano avere intenzione di fare da anelli di congiunzione tra lo ieri e l’oggi. Anzi, spaesate e incerte, parevano piuttosto voler rammentare all’osservatore che il tempo non è eterno come amiamo credere perché fa parte del nostro sentire; che siamo solo noi viventi a percepirlo come tempo eterno mentre, come i viventi, è destinato a finire. E me lo confermava il senso stesso dell’operazione artistica.
La forma, dicono infatti gli autori con quest’opera, nasce dalla terra e alla terra deve tornare, magari con il maltempo come parte integrante del processo. Dunque per vie traverse intendono alludere al consumismo che ci consuma tutti e all’impermanenza dell’arte contemporanea la quale s’è fatta strumento principe di quel consumo, restando estetica solo in subordine.
Tuttavia, ho pensato, la mia inquietudine doveva avere altre radici, ed ecco affiorare altre considerazioni.
“Ma che fai”, si diceva una volta ai sempliciotti, “credi ancora che gli asini volino?” Adesso non si dice più. Adesso siamo passati dai nobili cavalli alati del mito, non solo etrusco, agli asini alati contemporanei. Effimeri per di più. E resta solo da chiedersi come sia potuto succedere.
Ebbene – sembrano dirci i due artisti, ma magari mi sbaglio ed è solo una mia impressione – succede perché gli asini che prima non hanno mai volato adesso volano non solo nell’arte ma anche nella società, nelle professioni o nella politica, a partire da quella internazionale.
Anzi più sono asini e più volano alto. E, purtroppo per noi tutti, non sono asini effimeri e silenziosi come quelli che nei pressi della Civita attendono di tornare alla terra, ma prosperano starnazzando e facendo danno mentre volano impunemente sulle nostre teste. Si spera non fino al disastro totale.
Accidenti: che sia questa la ragione della mia altrimenti incomprensibile inquietudine?
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