#extraconfine – Patrizio, da Tarquinia alla BCE di Francoforte: «Per imparare bisogna mettersi dalla parte di quello che non sa»

#extraconfine torna a raccontare le storie di chi ha portato un pezzo di Tarquinia nel mondo: percorsi di vita e di lavoro, nuove abitudini e legami che resistono alla distanza. Riprendiamo il viaggio con la stessa curiosità e una regola: ogni protagonista suggerisce un’altra persona da intervistare, passando il testimone a una nuova storia.

In attesa delle prossime tappe, si possono rileggere qui tutte le storie di #extraconfine.

Ci sono lavori in cui il successo si misura anche da quello che non succede. E ci sono distanze che, al ritorno, si accorciano con una passeggiata al mare. Nella storia di Patrizio Tufarolo, tarquiniese che vive a Francoforte e lavora alla Banca Centrale Europea, queste due dimensioni si incontrano: la passione per l’informatica, diventata professione, e il legame con una città che continua a essere il luogo degli affetti e delle amicizie di una vita.

Riparte da lui #extraconfine, la rubrica de lextra.news dedicata alle storie di chi ha portato le proprie radici oltre i confini italiani: un racconto che passa attraverso il lavoro, ma anche le scelte, le abitudini e le piccole scoperte di una vita altrove.

La prima domanda serve subito a mettere a fuoco il presente. «Vivo a Francoforte e mi occupo di comunicazione digitale per la Banca Centrale Europea», racconta Patrizio. Una precisazione importante per chi lo conosce soprattutto attraverso il suo percorso nella sicurezza informatica.

«Sono sempre stato appassionato di informatica e ho sempre lavorato in questo ambito: inizialmente come freelance, poi in azienda. Nella mia carriera mi sono sempre occupato di sicurezza informatica. Ho studiato sicurezza informatica per poi farla come mestiere». Parallelamente, nel tempo libero, Patrizio ha poi coltivato la comunicazione digitale attraverso collaborazioni e iniziative associative, tra cui merita menzione quella con CyberSayan, realtà che organizza da anni RomHack e promuove progetti e collaborazioni, come ad esempio il progetto editoriale Guerre di Rete.

L’arrivo alla BCE risale al 2021, dopo un’esperienza in Banca d’Italia, e l’ingresso avviene proprio nell’ambito della sicurezza informatica. Il passaggio alla comunicazione è invece relativamente recente, con una motivazione che tiene insieme i due campi: «Ho deciso di prendermi una pausa dall’ambito. In realtà non è una vera pausa, perché nel mio lavoro continuano a esserci occasioni in cui faccio sicurezza». Una scelta fatta anche «per stare più vicino all’utenza a cui mi rivolgo quando faccio sicurezza», con l’idea di tornare a quel mestiere «probabilmente e sperabilmente, in maniera più efficace».

È una professione particolare, la sicurezza informatica: si lavora per evitare che accadano cose negative, e spesso il risultato migliore è proprio l’assenza di un incidente. Come si vive questa condizione? «Questo è un po’ il fulcro del mio ambito: chi fa sicurezza, e chi la fa bene, vede il proprio successo nel momento in cui niente succede. Se niente sta succedendo, vuol dire che tu stai lavorando bene. Non è facile, perché sei misurato su qualcosa che non accade, e questo vuol dire che anche in ambito aziendale, quando devono essere fatti investimenti, è sempre molto difficile quantificare gli investimenti nella sicurezza, perché si spera sempre che l’evento negativo non si materializzi».

La sicurezza, precisa, comprende però tanti ambiti, alcuni più facilmente misurabili. E il rapporto con gli imprevisti contiene una contraddizione che racconta con franchezza: da una parte la necessità di prevenirli, dall’altra la possibilità di imparare affrontandoli. «Quando stai all’interno di un’infrastruttura critica, nel momento in cui accade qualcosa generalmente è qualcosa di grosso», spiega, perché si tratta di realtà preparate a prevenire gli incidenti e a rispondere. «Però, e questo lo dico con la parte più creativa della mia anima, nel momento in cui non succede niente fondamentalmente non si impara, non si cresce».

Dal lavoro ci spostiamo alla scelta di partire: Francoforte era già comparsa nel percorso di Patrizio alla fine dell’università, attraverso un’offerta che allora aveva deciso di non accettare. «Non mi sentivo pronto mentalmente a viaggiare, ad andarmene appena uscito dall’università: il viaggio mi spaventava». Quando l’occasione si è ripresentata, invece, il contesto era cambiato. «È avvenuto tutto in maniera piuttosto naturale, forse perché lo volevo fare, lo volevo veramente». In mezzo c’erano state altre esperienze, altri spostamenti: prima l’università, in Lombardia, poi il trasferimento a Frascati. Passaggi che lo avevano già abituato a lasciare qualcosa alle spalle. Questo però non basta a cancellare il peso della distanza: separarsi da ciò che si è costruito in Italia, dalle amicizie e dalla famiglia, resta una parte importante della scelta.

La sorpresa positiva, invece, è stata trovare una città diversa da quella che molti immaginavano. «Tutti mi dicono: “Stai in Germania, come sono i tedeschi?”. Però è una città internazionale». Una caratteristica che ha reso più naturale l’inserimento. «Ma mi sento straniero tutte le volte che la gente parla in tedesco e non capisco niente, perché ancora non ho imparato la lingua!». La sensazione che non sia casa sua rimane, ma convive con le opportunità di una realtà che «ti mette molto a disposizione e ti fa sentire molto a tuo agio», anche nel trovare hobby e passatempi.

E quella BCE che da lontano può apparire imponente? È stata una soglia difficile da attraversare? «È più semplice di quello che si pensa», risponde. «La BCE è molto accogliente, anche perché è una realtà fortemente caratterizzata dalla presenza di lavoratori esteri che si sono trasferiti a Francoforte. Siamo tutti un po’ nello stesso mondo di expat!». Il lavoro diventa così anche un luogo di incontro con persone provenienti da tutta Europa e, attraverso alcune consulenze, da fuori dei confini europei.

Quanto alla città, Patrizio la descrive come raccolta, percorribile a piedi, attrezzata e piena di cose da fare. Il primo impatto era stato condizionato dalla pandemia: «Inizialmente è stato un po’ ostico. Poi, con la ripresa degli incontri e delle occasioni sociali, ho potuto scoprirne l’accoglienza e anche la voglia di vivere che aveva leggermente perso, come tutti i posti nel mondo».

Il discorso torna quindi a Tarquinia, dove continua a rientrare con regolarità. E qui non c’è bisogno di riflettere a lungo sulla prima cosa da fare: «La primissima è il mare, la cosa che più mi manca stando nell’entroterra della Germania». Una passeggiata tra Saline e porticciolo diventa il primo gesto del ritorno. Oltre al mare, gli mancano soprattutto famiglia, affetti e amici. «Le amicizie le fai anche su, però ci sono quelle che ti porti dietro da una vita, che ti hanno accompagnato nell’adolescenza e anche negli anni dell’università». Sono rapporti da coltivare, cercando occasioni per rivedersi quando torna, anche se la geografia del gruppo si è allargata e molti hanno preso strade diverse, diversi vivono all’estero, e le feste diventano il momento in cui è più facile ritrovarsi a Tarquinia.

Poi c’è il cibo. Una risposta che lui stesso considera scontata, ma che diventa molto precisa quando gli chiediamo che cosa farebbe apparire con una bacchetta magica: «Il pesce, onestamente. Quando si tratta di mangiare pesce a Francoforte mangi praticamente solo salmone. Il pesce è molto costoso e non è che se ne trovi tanto buono. Eppure è una delle mie cose preferite da mangiare». La Germania gli ha regalato anche una scoperta gastronomica più leggera, legata a un ricordo d’infanzia: il brezel. «Da piccolo mangiavo sempre i brezel in forma di salatini e non immaginavo che ci fosse la versione gigantesca. Poi ho scoperto che è il contrario: sono i salatini l’imitazione del brezel gigante». Il giudizio, in questo caso, è senza esitazioni: «Me ne mangerei a chili».

Dalle abitudini passiamo a ciò che si porta con sé. Che cosa della cultura italiana lo aiuta nel suo lavoro, dentro un ambiente internazionale? «In generale l’arte dell’arrangiarsi e del trovare soluzioni alternative, un po’ fuori dagli schemi». Una disposizione che collega direttamente alla sicurezza informatica: chi attacca e chi cerca di prevenire un attacco devono saper immaginare usi e possibilità diversi da quelli più immediati.

È qui che entra nel discorso la figura dell’hacker, sulla quale Patrizio invita a superare l’associazione automatica con l’illegalità. «L’hacker è quello che adatta strumenti che nascono per uno scopo a un altro scopo». E aggiunge: «L’hacking e l’essere hacker sono quello che ha accompagnato tutto lo sviluppo dell’informatica e che lo ha reso possibile». Se questa capacità era già parte del suo bagaglio, che cosa ha aggiunto l’esperienza all’estero? La risposta torna al confronto: «Hai una miriade di modi di pensare, di intendere le cose e di fare le cose differenti: quando fai un mestiere come il mio è necessario mettersi continuamente in dubbio: non dalla parte di quello che sa, ma dalla parte di quello che non sa».

Per Patrizio si può imparare da persone cresciute in contesti tecnologicamente più avanzati, ma anche da chi ha dovuto affrontare maggiori difficoltà. Queste ultime, osserva, possono aver sviluppato proprio quella capacità di arrangiarsi e trovare percorsi alternativi di cui parlava prima. «Conoscere persone che provengono da queste realtà arricchisce senza dubbio: è una delle cose fondamentali».

Il confronto europeo apre una domanda ulteriore: vivere e lavorare dentro un’istituzione europea come cambia la fiducia nel progetto comune? Patrizio mette subito una premessa: «Penso che sia dovere di ogni cittadino europeo informarsi su quello che voglia dire l’Unione Europea». Non vuole «fare propaganda per l’Europa», né dipingerla come «la realtà dei sogni». Ma ritiene che siano stati raggiunti risultati importanti, «dalla moneta comune alla possibilità di spostarsi tra Paesi, dalle opportunità di studio attraverso Erasmus alle norme condivise, che contribuiscono a creare aspettative su ciò che un cittadino troverà oltre il proprio confine. Si poteva fare di più, o si può ancora fare di più? Penso di sì. Però facciamolo, perché dipende dalla volontà di ognuno di noi quello che viene fatto in Europa e per l’Europa, non da nessun altro».

Verso la fine torniamo alla sicurezza informatica, stavolta dal punto di vista di tutti noi. Se potesse lasciare una sola buona abitudine alle persone a cui vuole bene, quale sceglierebbe? «Non fidarsi», è la risposta netta di Patrizio «Il più grosso problema della sicurezza informatica è l’elemento umano, e l’elemento umano corre rischi quando si introduce la fiducia. Questo si applica a tantissimi ambiti: dal banale dare la password al partner o a un amico fino al fidarsi del risultato che uno strumento informatico ti dà, senza ricontrollare quello che stai facendo. Con l’intelligenza artificiale è praticamente la cosa più comune che avviene. Dobbiamo imparare a non fidarci semplicemente di tutto ciò che ci passa davanti: la fiducia va riservata non agli strumenti, ma alle persone».

Prima di salutarci, recuperiamo uno dei piccoli consigli pratici di ExtraConfine: dove porterebbe a mangiare qualcuno di passaggio a Francoforte? Patrizio indica il ristorante “Zu den 12 Aposteln”, per salsicce, stinco e schnitzel. Ma avverte che per scoprire la cucina tedesca sceglierebbe anche altre destinazioni, come Norimberga e la Baviera. Francoforte, invece, offre molto attraverso la sua dimensione internazionale: pizzerie e ristoranti giapponesi, cinesi, indiani. «Ce ne sono una marea, perché è una città che ruota intorno all’internazionalità».

Anche per un buon caffè, a Francoforte, Patrizio ha i suoi riferimenti: Brixia e Monza per il caffè italiano, la panetteria Zeit für Brot e kaffeemacherei, locale vegano che indica come una «salvezza per gli intolleranti al lattosio».

Prima di salutarci, però, c’è da riprendere il filo che lega le storie di #extraconfine: chiedere a chi abbiamo incontrato di suggerire altri tarquiniesi all’estero da intervistare. Patrizio ci lascia più di un nome: Fabrizio Riminucci, in California, Elena Micheli, Riccardo Perugini e Germano Modesti, anche loro in Germania. La rubrica riparte anche da qui: altri luoghi, altre esperienze e altre storie da riportare, attraverso il racconto, a Tarquinia.

#extraconfine
Nome: Patrizio
Dove vive: Francoforte (Germania)
Professione: Comunicazione digitale e sicurezza informatica per la BCE
Distanza da casa: 902 km

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