Il primo voto delle italiane: un contributo di Maurizio Brunori

di Maurizio Brunori

Le prime elezioni italiane a suffragio universale, maschile e femminile, si sono tenute un anno dopo la liberazione di tutto il territorio nazionale dai tedeschi, avvenuta il 25 aprile 1945. Si votò prima per le elezioni amministrative, poi per quelle politiche. Dal 10 marzo al 7 aprile 1946 gli italiani e le italiane votarono per eleggere i rappresentanti dei Comuni e delle Province; il 2 giugno votarono sia per il referendum istituzionale, monarchia o repubblica, sia per eleggere i rappresentanti all’Assemblea Costituente.

Come si sono comportate le donne italiane nel loro primo appuntamento elettorale?

Per prima cosa hanno smentito clamorosamente gli scettici che sostenevano che le donne si sarebbero largamente disinteressate del voto: l’affluenza femminile alle urne è stata altissima. La partecipazione delle donne al voto, già notevole nelle elezioni amministrative, fu addirittura maggiore nelle politiche: il 2 giugno, rispetto alle aventi diritto al voto – che erano il 52,2 per cento di tutto l’elettorato – le votanti furono l’89 per cento (gli uomini che votarono furono appena lo 0,2 per cento in più).

La maggiore partecipazione delle donne alle elezioni politiche rispetto alle amministrative faceva giustizia di un altro luogo comune, quello che voleva la donna universalmente più adatta ad occuparsi delle faccende del Municipio – che lei avrebbe inteso come una famiglia allargata – che non degli affari della politica generale.

Nel 1946 la donna italiana non è stata soltanto elettrice per la prima volta, è stata anche per la prima volta eleggibile. Alla Costituente sono state elette 21 donne (9 per la Democrazia cristiana, 9 per il Partito
comunista, 2 per il Partito socialista, 1 per la lista dell’Uomo qualunque): il 3,7 per cento dei deputati. Il numero delle donne elette fu così basso a causa della scarsità delle candidature presentate dai partiti.

Come si è arrivati al voto alle donne?

Le donne italiane hanno ottenuto il diritto di voto in circostanze assolutamente particolari: non era ancora terminata la Seconda guerra mondiale, l’Italia del Nord era ancora occupata dai tedeschi e su tutto il territorio nazionale non c’era più, e non c’era ancora, nessuna assemblea, né elettiva né rappresentativa. In queste condizioni, su sollecitazione di democristiani, comunisti e socialisti, il suffragio femminile in Italia è stato sancito soltanto da un atto del Consiglio dei ministri: il 1° febbraio 1945 il governo ha emanato il decreto legislativo luogotenenziale “Estensione del voto alle donne”.

Il modo del tutto eccezionale in cui si è arrivati all’estensione del voto alle donne ha indotto alcuni osservatori a chiedersi se si sia trattato di una “concessione” o di una “conquista”. Alcuni hanno rilevato, criticamente, che la mobilitazione delle donne italiane per ottenere il suffragio femminile è stata piuttosto modesta. Ma costoro non tengono conto delle condizioni in cui si trovava l’Italia, ancora in preda ad una guerra sanguinosa. Altri osservatori hanno parlato di una “elargizione” del governo, vedendo nella decisione di estendere il voto alle donne un atto caduto dall’alto. Un simile giudizio, davvero ingeneroso, non tiene conto dell’enorme contributo, di sacrificio e di sangue, dato dalle donne italiane alla lotta di liberazione nazionale e al processo di democratizzazione dell’Italia. Molte di loro hanno deciso spontaneamente di combattere i tedeschi che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 avevano occupato militarmente l’Italia, e molte furono catturate, torturate, uccise.

Il riconoscimento che il diritto di voto le donne italiane se lo erano guadagnato sul campo venne, già allora, dalle parti più diverse. “L’Unità”, organo del Pci, il 27 dicembre 1944: “[Il voto] è un diritto che le donne hanno conquistato fornendo a tutti una prova della loro maturità politica e civile. Non è un regalo”. E il leader della Democrazia cristiana De Gasperi, il 16 gennaio 1945: “Non solo non si può rifiutare, ma nemmeno ritardare, questo compenso morale che si deve alla donna.”

“Peggio di quel che nel nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!”

Il 1° e il 2 ottobre 1945 le donne italiane hanno potuto esporre in un’alta sede istituzionale le ragioni del loro pieno diritto al voto. Per la prima volta nella storia dell’Italia, le rappresentanti del mondo politico femminile hanno potuto parlare, su un piano di parità con gli uomini, in una assemblea di tipo parlamentare. Si trattava della Consulta Nazionale. Dopo la liberazione di Roma dai tedeschi, le forze politiche italiane sentirono l’esigenza di affiancare al governo una assemblea che fosse il più possibile rappresentativa. Per questo, il governo istituì la Consulta Nazionale. Furono chiamati a farne parte uomini e donne designati dai partiti, dalle organizzazioni sindacali e di categoria, insieme a esponenti del mondo della cultura tra i quali Croce, Einaudi, De Nicola, Sforza.

Come indica il nome, la Consulta era chiamata a dare pareri – non vincolanti – al governo, soprattutto in materia di leggi elettorali. Il compito più importante assolto dalla Consulta è stato appunto l’elaborazione della legge elettorale per l’Assemblea Costituente. Pochi giorni dopo la sua solenne inaugurazione nell’aula di Montecitorio, vi hanno pronunciato un discorso prima Angela Cingolani Guidi, esponente della Democrazia cristiana, poi Rina Picolato, dirigente del Partito comunista italiano. Nella seduta del 1° ottobre 1945 la Cingolani, accolta da un caloroso applauso, disse tra l’altro: “Colleghi consultori, nel vostro applauso ravviso un saluto per la donna che per la prima volta parla in quest’aula. Non un applauso dunque per la mia persona, ma per me quale rappresentante delle donne italiane che ora, per la prima volta, partecipano alla vita politica del Paese (…) Vi invito a considerarci non come rappresentanti del solito sesso debole e gentìle, ma come espressione rappresentativa di quella metà del popolo italiano che ha pur qualcosa da dire (…) Non si tema per il nostro intervento: peggio di quel che nel nel passato hanno saputo fare gli uomini noi certo non riusciremo mai a fare!” (Il verbale riporta: Vivi applausi)

Il giorno dopo la Picolato ribadì: “Ieri per la prima volta nella storia politica italiana ha parlato in quest’aula una donna. Ecco un segno che vi è qualcosa di nuovo nella nostra democrazia.”

La beffa firmata Mussolini

Paradossalmente, il primo provvedimento legislativo per il voto alle donne è venuto dal governo fascista, ma si è immediatamente rivelato una beffa. Benito Mussolini aveva inserito il voto alle donne nel suo programma politico del 1919. Nel 1923, già capo del governo, si era impegnato a dare alle donne il voto sia amministrativo che politico. Il progetto relativo è diventato legge nel novembre del 1925. Per la prima volta in Italia le donne, almeno una parte di esse, avrebbero potuto votare, sia pure soltanto nelle elezioni comunali. Ma nessuna donna ha mai votato sotto il fascismo: mentre mostrava di prodigarsi per il voto amministrativo alle donne, Mussolini stava predisponendo un’altra legge per far reggere i Comuni dai podestà, di nomina governativa. Questo significava, semplicemente, che non ci sarebbero più stati amministratori da eleggere.

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