Note dalla periferia dell’Impero: “I dazi, le guerre e il debito pubblico americano”

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Dalla “periferia” si vede meglio il centro: “Note dalla periferia dell’Impero” è il taccuino con cui Luigi De Pascalis osserva il nostro tempo. Brevi riflessioni, erudite e divulgative insieme, che usano il passato come bussola per orientarsi nel rumore del presente.

Per comprendere un po’ quanto sta accadendo nel mondo, facciamo alcune considerazioni:

1- Dalla fine della seconda guerra mondiale la valuta di riserva è il dollaro e, affinché il mondo disponga di un’adeguata liquidità in dollari, gli USA devono esportare capitali e importare beni, guerreggiando qua e là per adattare il mercato alle proprie esigenze.

2 – Dal 2001 al 2024 il debito pubblico degli Stati Uniti è passato dal 53% del Pil al 121% , ed è previsto che entro il 2055 crescerà fino al 179%. Nonostante il suo alto livello il debito USA è considerato sostenibile perché il dollaro è la valuta di riserva mondiale. Tuttavia, non è detto che mantenga questo status nel lungo periodo e le mattane guerrrafondaie dell’uomo arancione dimostrano in merito tutta l’affannosa preoccupazione dell’amministrazione USA circa il proprio futuro.

3 – La fiducia nella stabilità e nel valore della valuta di riserva è minata nel mondo dal timore che il paese emittente (gli USA) non sia in grado di onorare indefinitamente i propri impegni nonostante il 4° Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti reciti: “La validità del debito pubblico degli Stati Uniti, autorizzato dalla legge, […] non deve essere messa in discussione”, infatti, il 4° emendamento afferma che non si può mettere in discussione la validità del debito americano, ma non vuol dire che il governo debba essere tecnicamente o finanziariamente in grado di ripagarlo in ogni circostanza.

4 – La solvibilità del Tesoro Americano dipende dalla capacità del governo di raccogliere entrate fiscali, gestire la spesa pubblica e mantenere la fiducia dei mercati. E tutte le scomposte manovre americane su dazi e guerre si muovono su questo stretto crinale, mimando una forza che l’America non ha più.

5 – Il principale problema americano è la quantità di debito posseduta da creditori esteri la quale è talmente significativa da rendere gli USA suscettibili (ma sarebbe meglio dire dipendenti) da decisioni di investimento/disinvestimento da parte di tali creditori. Un segnale d’allarme è che negli ultimi anni, la percentuale del debito USA detenuto da investitori stranieri s’è dimezzata, passando dal 44% nel 2011 al 22% nel 2023 .

6 – Tra i principali detentori di titoli del Tesoro statunitensi c’è la Cina con una partecipazione di circa 800 miliardi. Ciò conferisce a Pechino un forte strumento di pressione nelle relazioni bilaterali con Washington; mentre in questa specie di partita a poker il presidente USA conta sul fatto che una vendita massiccia di titoli del Tesoro da parte di Pechino potrebbe destabilizzare i mercati finanziari globali, aumentando sì i tassi di interesse statunitensi ma riducendo anche il valore delle restanti partecipazioni cinesi.

7 – Considerata l’interconnessione delle economie globali, il crollo o anche solo il forte indebolimento dell’economia statunitense non avrebbe ripercussioni negative solo su quella cinese, fortemente orientata all’export, ma anche sull’economia globale. Tuttavia Post su X e articoli specialistici ipotizzano che Pechino abbia iniziato a “bombardare” i bond USA, scaricandone una piccola parte (50 miliardi circa) in modo da minacciare l’avversario senza provocare tracolli generali.

8 – La risposta USA in questa fase è stata il rapimento di Maduro e la decapitazione della Leadership iraniana, ovvero la messa in difficoltà della Cina per la quale Venezuela e Iran sono i principali esportatori di petrolio verso Pechino. Credere che l’uomo arancione sia folle significa non voler capire che è in corso una guerra anomala tra USA e Cina e che a pagarla in gran parte saranno gli imbelli paesi europei.

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