Note dalla periferia dell’Impero: “Cosa ci ha insegnato il referendum?”

Dalla “periferia” si vede meglio il centro: “Note dalla periferia dell’Impero” è il taccuino con cui Luigi De Pascalis osserva il nostro tempo. Brevi riflessioni, erudite e divulgative insieme, che usano il passato come bussola per orientarsi nel rumore del presente.

In occasione del recente referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – come anche per Ucraina, Gaza, Iran, Russia, USA, Israele ecc. – le nostre possibilità di sapere come stavano davvero le cose sono state piuttosto limitate, per non dire nulle. Eppure ha vinto il “No”.

E ciò mentre politici, opinionisti, sondaggisti, “social creator”, opinion leader e “leoni da tastiera” – di questi ultimi alcuni reali e altri creati da ben pagati hacker – sparavano in ogni direzione parole in libertà, spesso mentendo spudoratamente e rifiutando il confronto.

Tutto purché idee chiare albergassero in meno teste possibile.

A questo va aggiunto che almeno da vent’anni ai leader paranoici, all’informazione largamente asservita, agli esperti di comunicazione e di sondaggi che si guadagnano il pane diffondendo dati in odore di convenire a chi li paga, si sono sovrapposti gli algoritmi dei social media i quali amplificano bufale e contenuti infiammatori – odio, rancore, ecc. – non tanto per ragioni politiche quanto per massimizzare i ricavi aziendali.

Di solito, infatti, tutti noi decidiamo (decidiamo?) cosa pensare e cosa acquistare secondo ciò che passa ad arte la rete.

E pazienza (si fa per dire!) se l’obiettivo di questi astuti ed agguerriti persuasori è di spingerci a comprare un cellulare, un pacco di pasta, una bottiglia di acqua minerale, un assorbente, un regolatore dell’intestino o un’auto.

Ma che ne è della democrazia se con lo stesso sistema si vota un leader piuttosto che un altro o si sceglie una linea politica e sociale piuttosto che un’altra?

Succede che a prescindere dai professionisti della persuasione (o dell’inganno?) la rete – rimpinzata dalle informazioni che le forniamo gratuitamente, magari per vedere la foto di un gattino o di un tramonto – mette i nostri like a disposizione di chi semina diffidenza e disinformazione al solo scopo di avere più denaro (le aziende) e più potere (la politica). E il mondo va di conseguenza.

In altri tempi per dire che una cosa era sacrosanta i vecchi dicevano: “L’ho letto sul giornale, l’ho sentito alla radio, lo ha detto la tv”. Adesso si dice: “L’ho visto in rete, c’erano tot like, deve essere vero!”. E pochissimi prendono in considerazione il fatto che l’algoritmo propone loro solo ciò che in base ai like già sa che vogliono sentirsi dire.

Un tempo, per farci fare ciò che voleva, il potere usava bombe, attentati e depistaggi: adesso gli bastano la nostra leggerezza nell’uso di cellulari, tablet, pc, e una formuletta magica – ovvero un algoritmo falsamente asettico!

Ci è andata bene, dite?

Considerato ciò che succede nel mondo, io credo di no.

Siamo diventati tutti come cani al guinzaglio che ringhiano ad altri ringhiosi cani al guinzaglio. Ma se gli stessi cani li lasciate liberi in un prato, smettono di minacciarsi l’un l’altro e trovano il modo di convivere.

E vengo al dunque, che secondo me è anche un’importante lezione per il futuro.

Al referendum ha vinto il “No” perché i nativi digitali – i nostri figli, i nostri nipoti, quelli sempre con lo sguardo sul cellulare – hanno scelto di disertare la rete e di manifestare in piazza. E, esattamente come fecero i loro nonni nel ’68, si sono confrontati e hanno scelto una loro linea sulle guerre in corso come sul referendum, additandoci nel contempo l’unico modo che c’è oggi per non farsi raggirare dai signori della persuasione, dai mentitori abituali e dai padroni dell’algoritmo: ovvero quello di mettere da parte cellulari, tablet e pc e scendere in strada per incontrare altri che magari non la pensano come noi ma, lontani da schermi e tastiere, si sentono meno “leoni” e più esseri umani.

In altre parole per me la lezione referendaria è questa: o – a prescindere da algoritmi, mezzi d’informazione asserviti e partiti più o meno padronali – torniamo ad imparare a confrontarci direttamente (direi fisicamente) anche con chi la pensa in maniera diversa da noi, o andrà perduto anche quel poco di democrazia che ci resta!

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