Amatrice dieci anni dopo, Sacripanti: «Il primo pensiero? Le persone. Con molti di loro siamo ancora in contatto»

«Penso a loro, alle persone». Dieci anni dopo, il primo ricordo di Alessandro Sacripanti non sono le macerie, la polvere, le tende o quella campana recuperata dalla chiesa distrutta di Saletta. Sono i volti delle persone incontrate nelle ore e nei mesi successivi al terremoto che il 24 agosto 2016 devastò Amatrice e numerosi centri dell’Italia centrale.

Persone con le quali, in molti casi, il rapporto non si è mai interrotto.

«Ancora ci sentiamo. Con alcuni abbiamo delle chat in comune, con molti siamo rimasti in contatto attraverso i social. A volte è semplicemente un saluto, altre volte gli auguri per una ricorrenza o un compleanno. Soprattutto con alcune famiglie il legame è rimasto molto forte».

Sono passati dieci anni da quando lextra.news raggiunse Saletta, piccola frazione di Amatrice praticamente cancellata dal terremoto. Era il 1° settembre 2016. Nel reportage pubblicato il giorno successivo raccontammo un paese nel quale attorno alla piazza non era rimasta in piedi una sola abitazione. In mezzo alle distruzioni era rimasta intatta la fontana. Poco distante c’era il campo coordinato proprio da Sacripanti, diventato nel frattempo un punto di riferimento per chi non aveva più una casa nella quale tornare.

«Partimmo il 24 agosto. Siamo rimasti fino al 30 dicembre»

Sacripanti e i volontari partirono da Tarquinia immediatamente dopo il sisma.

«Partimmo subito il 24 agosto, dopo la prima scossa, e di fatto siamo rimasti fino al 30 dicembre nel campo di Saletta, salvo alcuni brevi rientri per motivi organizzativi».

Una permanenza molto più lunga di quella inizialmente immaginata. Nell’autunno del 2016 arrivò infatti la disposizione della Protezione Civile nazionale per procedere progressivamente allo smantellamento dei campi.

«Saletta e Torrita furono gli unici due campi a rimanere aperti così a lungo. Servivano ancora per affrontare le emergenze e soprattutto per sostenere e aiutare chi aveva timore di rientrare nelle proprie case».

Ma per tornare davvero a quelle ore bisogna riavvolgere il nastro fino alla mattina del 24 agosto.

«Ricordo tanta polvere, tanta confusione e disperazione. E soprattutto una sensazione generale di impotenza. La vivevano le persone che abitavano lì e che erano state direttamente coinvolte, ma la provavamo anche noi. Era qualcosa di talmente grande che nessuno se lo aspettava in quelle dimensioni».

Sacripanti e i volontari AEOPC avevano già conosciuto altre emergenze e vissuto in prima persona anche l’esperienza del terremoto dell’Aquila. Amatrice, però, fu qualcosa di diverso.

«Avevamo fatto tanti interventi, avevamo vissuto anche il terremoto dell’Aquila, eppure la sensazione non era mai stata così forte. Purtroppo sono eventi che rientrano nelle cose della vita, ma Amatrice ha lasciato un segno profondo».

La polvere, gli scavi e la ricerca delle persone

Tra le immagini che resistono al trascorrere di dieci anni ce n’è una che Sacripanti conserva con particolare nitidezza.

«Mi ricordo quella mattina a scavare, a cercare persone mentre ovunque aleggiava ancora la polvere delle macerie. Eravamo insieme ai vigili del fuoco, ai volontari, molti dei quali arrivati da Tarquinia, e alla polizia di Rieti che si aggiunse alle ricerche».

Poi l’emergenza cambiò volto. Terminata la disperata ricerca dei possibili sopravvissuti, cominciò un’altra fase. Ed è qui che il racconto di oggi incontra direttamente le immagini che l’extra documentò nel settembre 2016.

Tra le macerie della chiesa vennero recuperate la croce e la campana.

«Quando ormai si era conclusa l’emergenza legata alla ricerca dei sopravvissuti, partimmo insieme ai vigili del fuoco per recuperare la croce e la campana della chiesa. Quello fu un segnale. La croce venne poi sistemata al campo e, in qualche maniera, diventò un punto dal quale ripartire».

Anche la campana trovò posto al centro del campo. Nel nostro reportage di allora la raccontammo proprio come un simbolo attorno al quale provare a ricostruire una comunità prima ancora che le sue case.

«Il problema sarà quando si spegneranno i riflettori»

C’è soprattutto una frase, però, che lega il 2016 al 2026. Ce la dissero gli abitanti di Saletta durante quella visita, quando l’attenzione dell’Italia intera era ancora concentrata sui luoghi del terremoto. «Il problema è per quando su queste città si spegneranno i riflettori».

Dieci anni dopo quelle parole assumono un peso diverso. E Sacripanti non nasconde che quel timore non fosse infondato.

«Purtroppo quella loro preoccupazione, il rischio che una volta spostati i riflettori potessero rimanere abbandonati, non è stata del tutto imprecisa. Quasi nessuno ha recuperato la propria casa. Coloro che l’avevano persa sono rimasti negli alloggi costruiti fuori dal borgo».

Sacripanti, intanto, a Saletta è tornato. «Diverse volte, in alcuni casi per delle cerimonie religiose. Sono tornato anche ad Amatrice, per il legame che ho mantenuto con Sergio Pirozzi, che era il sindaco in quei momenti difficili, e naturalmente per salutare le tante persone con cui abbiamo condiviso quelle settimane e quei mesi».

Dieci anni dopo, ciò che resta

Se le immagini del 2016 raccontano soprattutto ciò che il terremoto aveva portato via, il ricordo che Sacripanti sceglie oggi parla invece di quello che quelle giornate riuscirono a mostrare.

«Se guardo indietro e devo trovare un messaggio, un simbolo di quei giorni, penso alla forza delle persone. Alla loro tenacia, alla capacità di rimboccarsi le maniche anche quando avevano perso tutto. E penso alla forza e all’importanza dei volontari».

Non vuole fare nomi. Proprio perché furono tanti.

«Non ne faccio perché rischierei di dimenticare qualcuno. Ma voglio ringraziarli tutti. Lasciare la propria casa per settimane e andare ad affrontare una situazione del genere è qualcosa che merita un ringraziamento enorme».