

Vivere in una cittadina è anche questo: incontrare centinaia di volte una persona senza scambiarci una parola, poi conoscerla per qualche motivo e, quasi senza accorgersene, restarci legato. Così, per me, è stato con Mariangela. Anzi, Maria Angiola all’anagrafe, ma questo l’ho scoperto soltanto dopo. Una conoscenza durata non più di una manciata di anni, molti meno di quanti avrei immaginato anche solo qualche mese fa, quando ancora, pur con fatica, la incontravo in giro, bastone alla mano.
Mariangela se n’è andata qualche settimana fa e domani, 12 settembre, sarà ricordata, assieme a suo marito Benedetto “Betto” Ricci, alle 18 nella chiesa di San Giovanni Un momento per ritrovarsi attorno al ricordo di una donna che, per carattere, interessi, impegno e relazioni, ha attraversato tanti pezzi della vita di Tarquinia e di chi l’ha conosciuta.
Vuole ricordarla anche lextra.news, scegliendo però di lasciare la parola a chi con Mariangela ha condiviso pezzi di strada più lunghi e profondi. Lo facciamo attraverso tre testimonianze di persone a lei vicine, raccolte grazie ad alcune amiche di Mariangela, tre sguardi diversi che pubblichiamo integralmente, senza rielaborarli: perché siano i loro ricordi, ciascuno con la propria voce, a raccontare Maria Angiola.
Iniziamo da un ricordo del fratello di Maria Angiola.
È difficile raccontare come è cambiato il mondo nell’arco della vita di Maria Angiola, nata nell’Italia del primo anno di guerra, e piccolissima durante i primi bombardamenti aerei su Torino, dei quali porterà il ricordo inconscio probabilmente per tutta la vita, adolescente in un mondo ancorato al passato, che faceva crescere ingabbiati in una rete di verità assolute, molto spesso frutto di pregiudizio e probabilmente di paura del nuovo, che veniva sistematicamente denigrato e rifiutato.
C’erano le premesse per lo sviluppo di una personalità timida, magari succube, e invece….
Maria Angiola non si laureò in chimica per passione, la sua vera vocazione era l’archeologia, ma diligentemente studiò e si laureò nella materia scientifica che secondo la mentalità del tempo dava maggiori garanzie di occupazione e si dedicò all’insegnamento con passione, con il piacere di trasferire conoscenza, con l’ambizione di trasmettere non solo nozioni, ma anche valori. Per quello che ricordo dei suoi racconti di insegnamento, posso dire che parlava più della vita, delle abitudini, dei problemi dei suoi alunni che non dell’apprendimento, soprattutto da quando si trovò ad insegnare stabilmente nelle scuole superiori, confrontandosi con adolescenti dall’esperienza di vita così lontana da quella che fu la sua, trovando comunque la strada della relazione, del confronto. Sono certo che molti suoi alunni, ormai donne e uomini più che maturi la ricordino e probabilmente, capiscano oggi più di ieri il taglio che lei dava ai suoi discorsi.
Poi la grande avventura degli scavi archeologici di Tarquinia dove ha dato soddisfazione alla sua più autentica passione, nel piacere della ricerca e del ritrovamento dell’oggetto, testimonianza della esistenza di chi è vissuto prima di noi, vivendo interiormente il ponte tra il passato e il presente, relativizzando, e quindi esorcizzando, il tempo che inesorabile scorre e ci consuma.
E negli scavi ha trovato l’amore, la Relazione della vita, con la figura mitica di Betto, che dopo 47 anni dalla sua dipartita è ancora nella memoria e nel cuore di tanti Tarquiniesi, anche giovani, che non lo hanno conosciuto di persona, ma attraverso i racconti dei genitori. E unendosi al “mito”, diventando per il paese la Signora Ricci, è diventato mito anch’essa.
Difficilmente verrà dimenticata. Non tanto (o non soltanto) per le mille iniziative alle quali contribuiva e partecipava, non per la costante generosità nei confronti, penso, di tutti, ma per la personalità. Decisamente fuori dal comune. Decisamente fuori dall’ordinario.
Rompi gli schemi, suggeriva, ordinava.
Lei ha rotto gli schemi. Eccome. Sola per quasi quaranta anni. Senza mai lamentarsi. Con la religione del non essere di peso a nessuno. Anzi, di aiutare chi le passava vicino (o anche chi stava lontano, tipo il vescovo brasiliano di cui parlava don Luciano).
E ha vissuto di amicizie, collegialità, servizio alla comunità, partecipazione a mille iniziative, soprattutto quando coinvolgevano giovani e bambini. Attiva nel praticare e insegnare le abilità dell’uncinetto e del ricamo, e non solo. Stimata catechista ha accompagnato tanti ragazzi ai Sacramenti.
Si dice “nessuno è indispensabile”, sì, però…. se non indispensabile certamente se ne sentirà l’assenza.
E la rimpiangeranno anche i gatti del paese, non soltanto i suoi del “comitato di accoglienza” che aspettavano il suo ritorno fuori casa, e “Gino” il cane del vicino che le era molto simpatico.
È rimasto in casa il suo bastone, l’ormai inseparabile bastone, da quando anche la seconda anca le faceva molto male. Ma lei si muoveva lo stesso, come se nulla fosse.
Sto bene, sto bene, solo questo caldo che mi spossa, ma sto bene. Non ti muovere con questo caldo, vieni dopo ferragosto. Le ultime parole che ha detto a suo fratello.
Quindi le parole di Anna
È stata una donna complessa. Gelosa e altruista, tanto spesso sorridente e concretamente disponibile quanto pronta a sollevare ponti levatoi. Intelligente, puntuta, spigolosa, ipersensibile.
Si era laureata in chimica e amava la letteratura per l’infanzia. Il suo libro preferito era il Piccolo Principe di Saint-Exupéry. Per quasi trenta anni ci siamo incontrate ritualmente due volte a settimana al gruppo Fili d’Arte.
Per molte è stata una competente e quasi paziente punto di riferimento. Nessuno l’ha mai chiamata col suo vero nome, nemmeno io, se non quando usavo iil diminutivo – Mariangiolè (detto attaccato) – per smussare le improvvise e imperiose asperità.
Insieme abbiamo organizzato, lavorato e soprattutto abbiamo sorriso.
Infine, il ricordo di Lucia.
Mariangela è arrivata a Tarquinia nei primi anni Ottanta, quando divenne moglie di Benedetto “Betto” Ricci:libraio,libero pensatore, artista, velista, uomo molto stimatoper cultura e umanità,la cui morte avvenuta nel 1989, ha lasciato un grande vuoto nel paese e soprattutto un vuoto immenso per lei.
Mariangela comparve all’improvviso come moglie tra gli amici di Betto, nessuno di noi l’aveva incontrata prima. Veniva da Roma, bionda, occhi chiari, sguardo acuto, sorridente, con un accento vagamente nord Italia, era o era stata una professoressa di chimica delle scuole superiori.
All’epoca avevo iniziato l’Università e mi stavo contorcendo tra le materie del biennio della facoltà di Fisica, già un po’ in ritardo sui tempi e mi rendevo conto della mia inadeguatezza in quasi tutte le materie. In particolare era arrivato il momento di studiare per l’esame di chimica, ma dal liceo non avevo appreso granché e non avevo le basi (nemmeno gli acidi ).
Chiesi a Mariangela un supporto durante le vacanze di campeggio velistico che Betto organizzava con uno stormo di barchette a vela, Caravelle e Flying Junior per andare verso le spiagge della Toscana e durante il quale ci divertivamo un mondo.
Lei fu molto gentile e disponibile, mi consigliò dapprima la lettura del libro “Vita di Milarepa” che non ha a che fare con la chimica ma con le tante prove da affrontare per raggiungere l’illuminazione, poi con le sue ali di insegnante, mi portò in viaggio sulla chimica e, con mio sommo stupore, capii al volo le regole delle ossidoriduzioni.
Da lì la chimica divenne per me da ostica ad appassionante. È stato grazie a lei, alla sua capacità di insegnamento e alla passione che ci metteva, che scelsi il piano di studio in biofisica e, oltre all’esamedi chimica,passai senza intoppi chimica biologica e chimica fisica.Quindi svolsi la tesi con un professore di chimica fisica presso la facoltà di Chimica e mi laureai nel 1985.
Dopo la laurea, rinunciai alle vaghe e temporanee borse di studio che il prof. mi proponeva e, pur di lavorare, mi convertii all’informatica, ma questa è un’altra storia…
Con Mariangela purtroppo nel tempo ci siamo perse di vista e ormai i giochi sono fatti, ma le sarò sempre grata e condivido volentieri questo ricordo per la sua gloria.
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