

L’8 novembre scorso, sul palco del teatro Rossella Falk di Tarquinia, Gabriele Ripa ha chiuso un cerchio che si era aperto molti anni prima, quando da bambino iniziava a muovere le prime dita sui tasti di un pianoforte. Quella sera ha presentato nella sua città un concerto dedicato a Leopold Godowsky. “Un ricordo irripetibile, perché è stato la realizzazione di un sogno: un repertorio che ho inseguito per tanti anni; un repertorio che, quando l’ho scelto, mi faceva dubitare della possibilità di raggiungere il livello adeguato a proporlo addirittura in concerto. Non dico che fosse un salto nel buio, ma lo definirei certo un esperimento”.
La chiusura di un cerchio
Quel concerto, a pochi mesi dalla partenza di Gabriele (tra qualche settimana si trasferirà all’estero, ndr) aveva un significato che andava oltre la pura esecuzione musicale. “È stata la chiusura di un cerchio, perché ho cominciato a suonare il pianoforte al nostro indirizzo musicale, alle scuole medie, con Roberta Ranucci. E proprio Roberta e Gianni Cardia sono stati gli organizzatori di questo concerto che, se non ricordo male, è il primo totalmente classico che tengo qui, a casa mia.”
“Riascoltando l’esecuzione probabilmente avrei potuto fare qualcosa di meglio, quello sì. Ma è stato un momento in cui mi sono sentito veramente libero e tranquillo: eccitato sì, dietro le quinte smaniavo, ma non ero preoccupato, anzi non vedevo l’ora. Mi sono sentito proprio spinto sul palco da tutto quell’amore”. Palco su cui, con lui, c’era il fratello Andrea, a leggere i testi che lui stesso aveva tradotto: “Lui a casa è quello che studia lettere, quello che legge, che traduce, che conosce le lingue; io sono quello che muove le dita, che fa il pianista, quindi questa nostra identità si è come spostata sul palco.” E poi c’erano i disegni di Francesco Cardoni, la presenza di Maurizio Ottomano e Antonio Pellegrini: “Ero circondato dagli amici di una vita, dall’affetto di tutti.”
“L’unica ombra su quella settimana è stata la scomparsa di Franco (Stefani, ndr): siamo amici di famiglia, mi ha visto nascere e mi ha sempre seguito. Anzi, è uno dei primi a cui ho suonato i primi pezzetti: quando avevo 11 o 12 anni io suonavo Bach e lui ci cantava sopra l’Ave Maria. Mi aveva detto che sarebbe venuto e quella è stata davvero una delle ultime dediche che avrei voluto fare.”
Il percorso: dall’indirizzo musicale al Conservatorio
Ma dal primo incontro con la musica a quella serata, quando è che Gabriele ha capito che quella non si sarebbe limitata a essere una passione, ma che sarebbe diventata una professione? “Io l’obiettivo in testa ce l’ho sempre avuto: volevo che la mia identità fosse legata alla musica. È chiaro che a 6 o 7 anni non ti fai domande riguardo la professione e non pensi minimamente a tutto quello che serve a sostenerti economicamente: sei un bambino, lo vivi come un sogno. Ascoltavo i pezzi che mi piacevano, immaginavo e facevo finta che ci fossi io, sul palco, a suonare quella roba.”
Il momento della svolta è arrivato dopo il liceo, “quando finalmente ho avuto l’opportunità di dire: Ok, adesso la musica non è più una passione nei ritagli di tempo oltre la scuola. Quando ho potuto dedicare tutto il mio tempo alla musica ho capito che avevo i mezzi per essere un musicista, che era il momento di mettersi sotto per provarci. E ci sto provando tuttora.”
C’è stato un momento che ricordi come un bivio, che ti ha indirizzato verso una strada musicale piuttosto che un’altra? “Chi mi conosce sa bene che non ho mai voluto limitarmi a una sola cosa: mi piace cercare di fare il più possibile, esplorare tutti i campi, imparare cose che non so. Poi, chiaro, credo che la musica classica non sia una scelta: la musica classica è il percorso di studi più completo, soprattutto quando c’è bisogno di creare le fondamenta e renderle più solide. Tutto il resto poi ci va costruito sopra con le conoscenze, con la voglia di mettersi in gioco, anche con un po’ di fortuna. A volte conosci per caso persone che non immagineresti mai di incontrare e quelle persone ti introducono a percorsi che non immaginavi di seguire.”
“C’è stato però un momento, in conservatorio, in cui ho visto che quello che stavo facendo non era abbastanza, che quello che ero abituato a fare e dare non bastava. Allora mi sono guardato dentro e mi sono chiesto se era quello il risultato che desideravo: lì ho capito che dovevo intervenire su alcuni meccanismi, su alcune convinzioni, su alcune idee. C’è sempre bisogno di mettere in discussione quello che sai, quello che pensi di aver imparato, e a 20 anni le cose da mettere in discussione erano tante: adesso sono ancora di più e man mano che si riesce cresceranno ancora. Amo questo percorso proprio perché ti permette sempre di rigenerarti.”
Tra ricordi e persone
Oltre a Roberta Ranucci, già citata, ci sono altre figure, altre persone che ricordi come importanti in questo percorso? “Il mio battesimo della musica è avvenuto in famiglia: lo zio, la mamma, il papà…. Sono stato bombardato continuamente di stimoli e idee. Ma il primo incontro non è stato col pianoforte, bensì con la chitarra classica di Marco Giannoni, che era un amico della mia famiglia: con lui ho studiato cinque anni di chitarra classica ed è stata la prima figura che mi ha indirizzato, facendomi amare i cantautori e le canzoni, scrivendomi gli accordi. È stato il primo a cui ho visto imparare le canzoni a orecchio, come faccio anche io adesso”. E prima ancora di Marco c’era stato Cesare Aloisi, “che gestiva il coro dei bambini dell’associazione Semi di Pace: addirittura cantai anche un brano da solista!”
“Ma oltre alla formazione, mi fa sempre piacere ricordare quanto mi abbiano fatto crescere i primi eventi importanti a cui ho partecipato: lavorare a quelli che organizzava la Lestra – con Marcello abbiamo fatto La Buona Novella di De André e i due concerti su Gaber – assieme persone di cultura, di caratura, è stato uno stimolo gigantesco. E ancora lo spettacolo di luci, laser e musica elettronica organizzato con Manuel Figara per la Pro Loco di Bebo Tosoni. Infine, ma solo in ordine cronologico, l’ondata di amicizie, emozioni e ispirazioni che ho vissuto tra le mura della Sonus, anche lavorando con la splendida famiglia del coro che porta il nome di Maria Laura Santi”.
E infine due nomi. “Ricordo sempre con affetto Carla Scabellone, che purtroppo ci ha lasciati. Lei a un certo punto mi ha preso, è andata ad Arte e Storia e ha detto che voleva che facessi un concerto da solo. È ancora su YouTube e si chiama Metamorfosi sonore. Prendere uno di vent’anni senza referenze, portarlo sul sagrato di Santa Maria in Castello, metterci il pianoforte a coda e dirgli “vai, adesso suona” sono spinte enormi, grazie al coraggio suo e di Alessandra Sileoni.” E Francesco Micocci: “Ci conosciamo da 11 anni, anche lui aveva poche mie referenze, eppure con tutta la storia e il peso del nome che porta mi ha preso e mi ha detto ‘Adesso facciamo questo, questo e questo’: ho imparato un sacco di cose anche con lui e non finirò mai di ringraziarlo per la fiducia artistica e il grande affetto personale che ci lega.”
“Sto tralasciando altri nomi, enti e associazioni ugualmente importanti per me, – continua Gabriele – mi dispiace ma questo è anche indicativo della fortuna che ho avuto, di quanta gente ha creduto in me in tutti questi anni e ha messo a mia disposizione tutto ciò che aveva, permettendomi di crescere e di essere quello che sono ora.”
Essere parte di qualcosa di più grande
Ma ti rendi conto che per questo paese, soprattutto dal punto di vista musicale ma in generale, sei stato un acceleratore? Che gli stimoli che hai ricevuto li hai restituiti con gli interessi? “Questa è una cosa che mi viene detta e io ringrazio: è comunque un orgoglio e un’emozione sentirselo dire. Ogni volta che faccio qualcosa ci metto il cuore, tutto il cuore che ho, perché per me la musica è anche questo: devi entrare dentro con tutto quello che hai, compresi il cuore e l’emotività, quindi sicuramente è un riconoscimento bello che mi rende orgoglioso.”
“Io però non ho questa percezione, non l’ho mai avuta se non sporadicamente, in alcuni casi in cui veramente ho preso in mano delle situazioni. Quindi no, non mi vedo come un acceleratore, mi sono visto semmai come parte, quello sì: ho partecipato e ho visto intorno a me tanto movimento. Ecco: mi piace più pensare di essere stato parte di qualcosa, parte di questa accelerazione.”
“Quest’idea della collaborazione deve essere anzi centrale, perché le realtà che abbiamo a Tarquinia sono tante. Anche questa iniziativa che hai fatto, questa lista di candidati con 48 nomi: è un numero considerevole, ma fuori da quell’elenco ne sono rimasti altrettanti e forse di più. Questo è straordinario, perché significa che siamo circondati da un’operosità e da un movimento incredibili. Guarda la vivacità che c’è in tutti gli ambiti: questa città, quello che vi succede è frutto di ognuno di questi piccoli contributi. Se devo citare qualcuno mi fa piacere pensare ai più giovani: Nicole per esempio, Michela e Mattia per la danza, Alessio Tommasino e altri altrettanto validi che questa volta non erano in lista, ma lo saranno presto. Loro sono il nostro futuro”.
Una nuova avventura
E ora? “Tra una ventina di giorni prendo una strada geografica che ci allontana un po’. È una nuova avventura, qualcosa di diverso rispetto a quello che ho fatto qui in questi 15 anni: vediamo che cosa accadrà, io sono fiducioso”.
Salutare il pianoforte che lo ha accompagnato negli ultimi cinque anni non è stato facile. “Il percorso è stato grande, così come la crescita che ne è seguita, devo dire sotto alcuni versi quasi inaspettata. Forte del lavoro che ho fatto e degli obiettivi che ho raggiunto sono più convinto di prima di poter raggiungere quelli che mi mancano. Quel pianoforte è stato parte fondamentale di questa parte di viaggio e senza di lui non avrei potuto fare nulla: quindi sì, allontanarsene è dura, è una cosa che emotivamente si sente tanto. Così come separarsi da queste dimostrazioni d’affetto spropositate che ho avuto nell’ultimo anno”.
Ma se quella sera dell’8 novembre ha chiuso un cerchio, questa partenza ne apre un altro. Con la stessa passione e la stessa voglia di mettersi in discussione che hanno fatto di Gabriele Ripa non solo un grande pianista, ma parte essenziale del tessuto culturale di Tarquinia, sino a vedersi scelto dai lettori de lextra.news come Personaggio dell’anno 2025.
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