Intervista a Carlo Zucchetti dal cappello dal comunismo al DiVino Etrusco: “Sai quanti stimoli questa manifestazione ha portato a Tarquinia?”

Ph: lextra.news

di Stefano Tienforti

Sipario calato: con la serata finale di sabato sera ha chiuso i battenti l’edizione 2023 del DiVino Etrusco. A guidarla, dal punto di vista del vino, ancora una volta Carlo Zucchetti, ormai figura di casa tra le vie tarquiniesi nelle fine estati e non solo.

Un personaggio, Zucchetti, consapevole di esserlo, tanto che le chiacchierate con lui diventano piacevoli cacce alla vera indole di una persona poliedrica, vivace, competente e astuta. Per provare, perciò, a stanare l’animo dell’uomo col cappello, abbiamo chiesto aiuto ad alcuni tra i più storici dei “ragazzi” del DiVino, che da anni collaborano con lui per la riuscita della manifestazione, facendoci suggerire qualche domanda. La prima delle quali riguarda proprio il simbolo del suo blog.

D – Come nasce il legame col cappello?
R – Sempre messo, il cappello: all’inizio non avevo il Borsalino e usavo altri modelli. Pensa che da ragazzo giravo col cappello da pastore e con un bastone da passeggio che ho ancora! Poi attorno ai venticinque anni ho preso il Borsalino e da allora non ho più smesso di portarlo, anche per motivi pratici: mi aiuta molto con la sinusite. Così, quando abbiamo iniziato a lavorare il logo e serviva un’idea e al centro c’era la sagoma del cappello. Indovina chi l’ha elaborata? Un signore che si chiama Guido Sileoni, che ebbi la ventura di conoscere in occasione delle prime edizioni del DiVino Etrusco, quando realizzò anche il logo della manifestazione che vedete tutt’ora.

D – Ma il legame con Tarquinia, oggi così radicato, nasce allora, ai primi DiVini?
R – Intendi professionalmente o in generale? Perché da bambino venivo qua a fare l’estate: mio padre, che lavorava in un’azienda edile, era spesso per lavoro a Tarquinia. Ha collaborato con Conti, Rainoni e altri, e soprattutto ha lavorato col Consorzio di Bonifica al centro idroponico: era uno dei primi in Italia, verso villa Bruschi Falgari, ma come le cose troppo avveneristiche al tempo non funzionò e non so che fine abbia fatto. Dal punto di vista professionale, invece, quando ho lasciato il secondo lavoro che ho fatto, quello del ristoratore, iniziando a realizzare eventi e a fare l’editore enogastronomico, incontrai Mazzola a piazza delle Erbe e, parlando di vino, mi chiamò a Tarquinia per ragionare sul DiVino. Ricordo allora ne parlammo con Pietro Serafini, Andrea Brunori ed Emanuel Elisei e quando gli dissi che secondo me bisognava portarlo in centro, dopo la prima edizione al Lido, pensavano fossi matto! Il nome, indovinatissimo, lo abbiamo lasciato, e anche da lì nacque l’idea della Dodecapoli, per raccontare quello che di significativo gli Etruschi hanno fatto nel vino. Ti racconto una cosa: la prima sera, dopo giorni di lavoro, ideazione e allestimento, salii da piazza Cavour sino all’Alberata e contai solo 46 persone. Ho pensato mi avrebbero ammazzato, poi per fortuna fu un successo oltre le aspettative”.

D – Se la ristorazione è stato il secondo lavoro, quale è stato il primo?
R – Fare, per dieci anni, fare il funzionario del Partito Comunista. Anche a Tarquinia ho fatto anche tante battaglie politiche. Qui c’era un PCI molto forte e una delle prime cose fatte, da giovane, quando ero segretario provinciale dei Giovani Comunisti, fu contro il raddoppio dell’Aurelia. Ma la forte attenzione politica, in quel periodo, era su Montalto per la centrale nucleare: furono anni duri, poi Chernobyl cambiò il paradigma dell’immaginario collettivo e il referendum fermò tutto.

D – E cosa è rimasto adesso di quell’indole comunista?
R – Credo che oggi più che mai ci sia bisogno di comunismo, ovviamente non quello che si è vissuto, che tutto era men che comunismo e anzi è stata una dittatura della classe dirigente. Chiaro che, oggi, parlare di proprietà collettiva dei mezzi di produzione vuol dire tutt’altro, ma l’idea che ci sia una critica del capitale mi sembra in questi tempi più che mai fondante, in un modo con disparità sociali sempre più alte dove il 15% delle persone che detiene il 90% della ricchezza. Una critica ovviamente aggiornata, ma ritengo che in Italia abbiamo avuto la fortuna di avere un grande pensatore come Antonio Gramsci, e dal suo pensiero potremmo ripartire. Anche se è studiato più all’estero che in Italia!

D – Politica quindi ristorazione: ma il passaggio al vino?
R – Te sei giovane per ricordarla ma c’era, negli anni ‘80, una rivista che si chiamava “La Gola”, una parte di quei “Quaderni Piacentini” che raccolsero tanti intellettuali nel periodo del ‘68. Ecco, in una società in cui ancora si parlava di cibo solo in termini di sostentamento e non di cultura, su questa rivista Carlin Petrini fece un appello per raccontare diversamente il mondo del vino. Ci mettemmo in contatto e iniziammo il lavoro di costruzione dell’Arci Gola: mi mise in contatto con Daniele Cernilli, che poi diventò direttore del Gambero Rosso, Sandro San Giorgi, Stefano Milioni, Stefano Bonilli – purtroppo prematuramente scomparso – e altri e iniziammo un percorso che, nel 1986, portò alla fondazione del movimento che poi sarebbe confluito in Slow Food. Poi l’interesse intellettuale è diventato interesse materiale, e iniziai con la ristorazione che divenne il mio lavoro, tanto che la mia divenne una delle migliori enoteche d’Italia.

D – Parliamo di Tarquinia, città in cui torni spesso e in cui praticamente vivi per qualche settimana l’anno da ormai quindici anni: vivendola, la trovi cambiata dal punto di vista della sensibilità, della volontà di alzare l’asticella?
R – Può sembrare pretenzioso da parte mia, ma credo che il DiVino Etrusco abbia fatto molto in tal senso: non solo nel trasformare una città chiusa in se stessa che pian piano si è aperta, ma portando tramite show cooking, degustazioni e simili una serie di stimoli evidenti quanto efficaci. Considera una cosa: nel 2008 c’erano tre aziende a Tarquinia, oggi nel DiVino ce ne sono undici e altre nascono e si avviano. Questo vale per molti aspetti: penso al formaggio, penso alla zootecnica, alla ristorazione in generale. Avere stimoli fa crescere: ricordi lo scorso inverno, sotto la bolla di Buttiamoci a Pesce, quanti cuochi di Tarquinia c’erano a vedere in azione gli chef stellati? È il segnale che questa città ha voglia e vedere questa crescita spinge e stimola tutti quanti, in ogni ambito. Quello che forse è mancato è il ruolo dell’Università Agraria, che in passato con Antonelli iniziò un percorso con i ristoranti, ad esempio sulla carne maremmana, ma poi si è persa la strada. E bisognerebbe lavorare per trasformare il turismo mordi e fuggi per renderlo a permanenza più lunga, anche se è cambiato in generale l’Italia il rapporto con le vacanze e l’ozio, inteso nel senso più alto.

D- Il DiVino Etrusco, invece, può alzare la sua di asticella?
R – Questo non è facile: parliamo di un format così ben consolidato e collaudato che è difficile cambiarlo. Ma piano piano si deve lavorare per migliorare la qualità, non solo dei vini ma degli interventi delle persone coinvolte. Diciamo che dovremmo mirare ad alzare la consapevolezza di quello che si beve e di come si beve: si può fare, ci vuole tempo ma si può fare. Magari limitando lo scontro personale, che però fa molto parte dell’indole maremmana, per remare tutti a favore del bene comune. Le potenzialità ci sono tutte, è una città piena di conoscenze: Tarquinia ha tutto per diventare un pensatoio a cielo aperto, perché le potenzialità culturali di questa città possono diventare anche ricchezza economica e lavoro, bisogna avere la capacità di metterle in rete.

D – Divaghiamo prima di salutarci: il vino più buono che ricordi di aver mai assaggiato nella vita?
R – Il prossimo! Scherzo, non lo so: ho assaggiato grandi vini, ma sceglierne uno è un po’ riduttivo.

D – E ce n’è uno che vorresti assaggiare ma ancora non sei riuscito a provare?
R – Forse le nuove annate di qualche grande vino… Ma credo che sia il vino che il mangiare rappresentino la cultura di un popolo, e ogni pezzo mi racconta la differenza di un popolo: uso questo termine appositamente, perché a mio avviso la differenza è una ricchezza. In ogni posto trovi una particolarità e la cosa bella è cercare le interconnessioni, perché un piatto che mangi qua probabilmente viene dalle Marche e ti racconta come si sono sviluppati un territorio e la sua cultura. Anzi, secondo me c’è la necessità antropologica di studiare questi territori, per rimettere al centro l’uomo.

D – Una domanda di uno dei ragazzi del DiVino: riprenderesti questa strada, rifacendo il percorso di cui abbiamo parlato prima?
R – Probabilmente sì: è una domanda che non mi sono mai posto, ma il percorso che ho fatto è derivato dai fatti della vita. Sono felice di quello che ho fatto, certo ho fatto anche degli errori ma è da quelli che si impara. L’unica cosa che forse non farei è il vivere, in quel periodo, la ristorazione in modo troppo ossessivo, cosa chi mi ha portato da accorgermi troppo tardi che mio figlio era diventato grande: forse è questo l’unico vero rammarico personale che ho. Poi ho fatto politica, ho fatto battaglie, le ho vinte e le ho perse, ma sono orgoglioso di entrambe le cose.

D – Chiudiamo con una domanda d’obbligo, per come si è snodata questa chiacchierata: dopo aver cambiato tre lavori, c’è possibilità di una quarta tappa?
R – Ma io lavoro lo cambio ogni giorno! Stamani scrivevo un pezzo, adesso sono qui a parlare con te, stasera c’è il DiVino, domani magari farò altro. È questo il vero segreto!